L’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti,
ha lanciato l’allarme sui rischi di black-out e di scarsità
energetica per il prossimo inverno. Ha detto letteralmente:
“Più consumi e meno scorte, siamo più
fragili del 2005”. Lo veniamo affermando da tempo anche
noi. Adesso l’ha detto lui e l’ha fatto alla vigilia
della Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici. Forse
non è casuale. Anzi, sicuramente non lo è. Una
frase del genere in un momento come questo non passa inavvertita.
Probabilmente è stata detta perché Conti era
informato delle belle e vuote parole che Prodi stava per dichiarare
alla conferenza per tenere buoni gli ambientalisti: la nuova
alleanza con la natura, la consapevolezza del governo che
il nostro pianeta è a rischio, la cognizione che il
Mediterraneo è uno dei punti più fragili, la
lotta al riscaldamento globale, ecc. Prodi (che Dio lo perdoni)
ha elencato tre settori d'intervento sui quali procederà
l'azione di Palazzo Chigi: risparmio energetico, incentivazione
delle rinnovabili e messa in sicurezza dell'approvvigionamento
energetico. Un tributo pagato al ministro Pecoraro Scanio.
Potenza dell’ambientalismo militante. Ma chi sono gli
ambientalisti? Il problema è che sotto la denominazione
di ambientalista si nasconde una serqua di individui con interessi
divergenti. Tra questi ci sono gli ambientalisti della domenica,
i banditori del nichilismo da salotto capaci solo di cavalcare
l’onda emotiva dei problemi resi amplificati dai mass
media. Sono quelli che hanno in ostaggio il governo, quelli
che non sono capaci di far nulla se non opporsi a tutto, con
il beneplacito di una popolazione rimbambita che crede che
l’energia arriva dal cielo e che con il sole si potrebbe
far tutto ma che la tecnologia “alternativa” non
si sviluppa a causa di un capitalismo predatorio capitanato
dalle multinazionali del petrolio. Così, sotto il cartellino
“ambiente” si abbracciano problemi talmente disparati
che sono difficili da classificare: l’emergenza rifiuti,
il riscaldamento globale, i rigassificatori, gli incendi dolosi,
i virus tropicali, i mari pieni di mucillagine, di meduse,
di pesci che devono emigrare, ecc.
Si diceva che questa estate avrebbe dovuto essere la più
calda della storia, ma non lo è stata. Così,
adesso, non resta che scommettere sull’inverno. Peccato
che dell’inverno non si sa nulla. C’è chi
dice che sarà un inverno caldo, effetto del riscaldamento
globale, ma c’è anche chi dice forse sarà
gelido. Così non si sbaglia. Sotto l’etichetta
ambientalista c’è anche la capacità di
azzeccare la schedina il lunedì. Negli anni ’70
dicevano che stava arrivando il grande freddo, the big chill,
e sono stati versati fiumi di inchiostro sulla nuova era glaciale.
Poi, invece, c’è stato un riscaldamento. Contr’ordine
compagni! E adesso che il riscaldamento è evidente,
si versano fiumi di inchiostro sul global warming. Come se
l’avessero previsto.
Ha fatto bene il presidente dell’Enel, uomo pratico
e realista ad avvertire tutti, lasciando le parole vuote ai
politicanti e avocando a sé solo parole concrete: ci
sarà probabilmente imprevidenza energetica. Con la
consapevolezza che abbandonarsi a inveire contro i cambiamenti
climatici è tanto stupido quanto inefficace e sicuramente
costituisce una sorta di alibi intellettuale per quegli ecologisti
della domenica, sciampisti dell’ambientalismo militante.
Il nostro debito ambientale ha le stesse origini del debito
economico, di quello della bilancia dei pagamenti, del debito
pubblico: ha a che fare con l’indolenza tutta italica
di non occuparsi di politica se non a livello di spartizione
di poltrone. Siamo un Paese che si è messo a sedere
e a nessuno gli importa nulla. Il debito ambientale è
l’altra faccia della moneta del debito finanziario che
fin dagli anni ’70 ci siamo dedicati ad accumulare giulivamente
e che oggi schiaccia qualsiasi ripresa. Alla stessa stregua
abbiamo lasciato che la bolla speculativa sul territorio crescesse
allegramente con boschi dati alle fiamme, acquedotti colabrodo,
accumuli di rifiuti impressionante con correlata incapacità
di smaltirli.
In tutte queste emergenze c’è sempre un duplice
interesse convergente: nel caso dei boschi, quello degli incendiari
che sperano di essere pagati per estinguere gli incendi e
quello di chi calcola di poter sostituire il bosco incenerito
con una costruzione abusiva. Nel caso degli acquedotti colabrodo,
l’interesse di chi deve cercare i fori in chilometri
di tubature e non li trova mai o se li trova, poi li fa ricomparire
in altre zone come in una sorta di tela di Penelope e l’interesse
parallelo di un prosperoso commercio d’acqua, distribuita
mediante autobotti. Nel caso dei rifiuti, l’enorme assunzione
di personale che per i più disparati motivi non se
ne occupa, andando a finire la gestione dei rifiuti in mano
alla malavita organizzata. Dall’altra parte le stesse
discariche e gli stessi inceneritori sono oggetto di un’opposizione
popolare alimentata proprio da quell’ambientalismo cialtrone
che fa finta di non vedere chi ha interesse a mantenere invariati
i sistemi di smaltimento vigenti e i relativi appalti. Un
variegato mix dagli effetti devastanti, fatto di indifferenza,
disprezzo, menefreghismo, scarsa lungimiranza, e che produce
i guasti ambientali che dà origine al debito ambientale.
Esattamente come il debito finanziario. Né più,
né meno.
A tutto questo possiamo aggiungere che l’ambientalismo
militante non solo tiene in ostaggio il governo, ma anche
la popolazione, impaurendola su tutto: rigassificatori, cementifici,
TAV, nucleare. E’ questo mix di indifferenza e cinismo
che ha prodotto una quantità enorme di brutture orripilanti,
senza il conforto di aver fatto almeno qualcosa di utile,
di industriale; ha solo devastato il territorio senza valorizzarlo
e senza nulla in cambio. Poi la gente va nei paradisi tropicali
per cercare la natura intatta e ammirare coloro che vivono
nelle capanne e fanno la fame… e dicono che è
bello perché è tanto chic e fa tanto “colore”.
Ma non dobbiamo avere sensi di colpa, presto non rimpiangeremo
più quella vita fatta di stenti, l’austerità
energetica di cui si fanno paladini i nostri ambientalisti
della domenica ci porterà diritti diritti al medioevo.
Abbiamo rifiutato il nucleare e oggi importiamo l’energia
elettrica da quei paesi che la producono proprio col nucleare.
Siamo stati e siamo tuttora doppiamente fessi: abbiamo buttato
a mare un’industria, un’intera economia, con tutti
gli scienziati, gli ingegneri e i fisici nucleari ed in più
stiamo pagando a caro prezzo l’energia prodotta con
quella industria che abbiamo deciso di gettare via.
E’ arrivato il momento di chiedersi se sia il caso di
continuare ad essere così folli e chiusi sul nucleare
per motivi ideologici.
E’ arrivato il momento di svelare il paradosso dei paradossi
e chiedersi se non siano proprio loro, gli ambientalisti,
i veri colpevoli di questo disastro ambientale, responsabili
di sclerotizzare il Paese, di farlo lavorare soltanto in emergenza,
di rifiutare qualsiasi soluzione, di sognare attività
ad impatto zero, senza intaccare la grande massa di arretrato
e senza ridurre il “debito ambientale” che, come
quello finanziario, aumenta inesorabilmente.
E’ arrivato il momento di denunciare questi cialtroni
indolenti e irresponsabili che cercano di imporre un’austerità
energetica, un dirigismo passatista, un ritorno ai consumi
e ai costumi del passato. Un ritorno al medioevo.
E’ arrivato il momento di rendersi conto che il degrado
climatico e ambientale è l’altra faccia del degrado
economico e finanziario e di un più vasto degrado civile
e politico. |