Trieste si trova al centro della Mitteleuropa e della sua
vantaggiosissima posizione non sempre sembra accorgersene.
Anzi, per qualche motivo, tutto viene ridimensionato tanto
che qui vige il “No se pol”, cioè non si
può, non possumus. Le aperture ad Est si fanno tenendo
conto degli imperativi negativi dei nostri vicini. Così,
se la Slovenia dice “no” ai rigassificatori, accettiamo
supinamente questa posizione medievale. A nessuno sfugge che
il “no” dei nostri vicini è perché
i rigassificatori vogliono farli loro. A nessuno sfugge tranne
a noi. Qui a Trieste si toccano radici storiche profonde e
quando si parla di apertura ad Est, molti non vedono di buon
occhio la cosa. Si tratta di una posizione antistorica che
in un mondo globalizzato rischia di tenerci fuori da tutti
i giochi. Lubiana è un capoluogo di regione super dinamico,
super giovane, super moderno rispetto a noi: i suoi trecentomila
abitanti aspirano al ruolo di interlocutore privilegiato con
l’Europa centrale. E Zagabria? Idem. Con il suo milione
di abitanti, gioca sullo stesso terreno: la diatriba sul corridoio
V con la Slovenia si sta risolvendo proprio perché
la Croazia ha deciso di realizzare un proprio corridoio diretto
con Budapest. E quel che è incredibile è che
non ci rendiamo conto che è Lubiana che ci spinge a
riprendere il progetto del corridoio V per evitare che la
centralità si sposti ad Est. Insomma, stiamo giocando
una partita fatta da altri e decisa da altri. Noi non contiamo
nulla. Aspettiamo la nostra ora con l’orologio fermo.
A nessuno sfugge l’importanza geopolitica di Trieste.
A nessuno, tranne ai triestini. La verità è
che siamo inadeguati e pasticcioni all’ora di implementare
quella capacità di attrarre investimenti e di ospitare
servizi che rispondano alla domanda di funzioni superiori,
funzioni preziose per lo sviluppo dell’intera area e
dell’intera regione. Trieste si è arroccata a
difendere la propria identità, la propria memoria arginando
le frontiere che ormai cadono come foglie d’autunno
in una inconsapevole autocertificazione di irrilevanza culturale.
Una resa all’egemonia incontrastabile dell’impetuosità
dei nostri vicini, l’Austria, la Slovenia e la Croazia.
Trieste è incapace di costruire quella primazia sul
ruolo che le diverse città, regioni e nazioni sono
invece in grado di assumere all’interno di un più
ampio settore europeo. Tra pochi mesi il confine sloveno sparirà
ma noi continueremo ad avere sempre in testa la bandiera dell’identità
a difesa di un confine che ci rassicura su ciò che
eravamo ma non su ciò che saremo, e quel che è
peggio, non saremo neppure capaci di nutrire l’ambizione
di conquistare una nuova centralità.
Giorni fa la galleria Tergesteo, al centro della nostra città,
in piazza della Borsa, è stata acquistata dal fondo
americano Carlyle. E’ probabile che il ragionamento
del fondo Carlyle era quello di sfruttare la posizione geopolitica
della nostra città. Solo che chi ha deciso di fare
quell’investimento non ha tenuto conto della nostra
mentalità, ha giustamente ragionato con la propria
testa facendo i conti senza l’oste. Ha pensato ed ha
provveduto a fare quello che noi non siamo in grado né
di pensare né di fare, e cioè che il modo migliore
per tutelare l’identità della nostra città
è costruire le basi di uno sviluppo solido che investa
tutte le sue risorse sulla modernizzazione e sulla internazionalizzazione.
Gli americani hanno guardato la posizione di Trieste e hanno
pensato che la nostra città potrebbe essere una delle
capitali del centro Europa. Non hanno pensato che a nord abbiamo
Monaco e la Baviera che ormai punta direttamente a essere
un baricentro dell’intera Europa, che si posiziona su
una piattaforma industriale impressionante, e che sta sviluppando
un sistema di servizi di livello internazionale. Non hanno
pensato a tutto questo perché gli americani sono competitivi.
A loro non gliene importa nulla che Vienna punti alla sua
pianura sul Danubio o a candidarsi come filtro tra le connessioni
verso l’Europa orientale, il Baltico o i Balcani.
Agli americani non può che sembrare del tutto naturale
che Vienna abbia scelto di avviare una integrazione infrastrutturale
e funzionale con Bratislava per la nascita di una nuova metropoli
transnazionale. Sarebbe stupido non farlo. Per la loro mentalità
competitiva, è naturale che anche gli altri si diano
da fare. Budapest è una capitale emergente: il terminale
del corridoio V sia ferroviario che stradale, la porta verso
i grandi mercati dell’Ucraina, della Russia e dell’Asia.
Quindi Vienna non fa altro che giocare la sua partita e gli
americani pensano che anche noi giocheremo la nostra. Purtroppo
non è così. Trieste non gioca nessuna partita:
come sempre, è pronta a sedersi dalla parte delle vittime
perché tutti gli altri posti sono occupati. Perciò
agli americani non passerebbe mai nemmanco per l’anticamera
del cervello, come si usa dire, che qualora si dovesse fare
un rigassificatore a Trieste, non venga, ad esempio, sfruttata
l’energia fredda che il rigassificatore produrrebbe.
Probabilmente non hanno pensato a comperare il terreno dove
dovrà sorgere il rigassificatore per crearci un’industria
del freddo semplicemente perché è talmente ovvio
che non s’immaginano neppure che una cosa così,
invece, non ci balena in testa. E non perché non sia
stato pensato.
L’associazione ambientalista Tecnosophia, ad esempio,
ha proposto questo schema anche in termini industriali ed
ha trovato pure gli industriali che vorrebbero sfruttare il
freddo… solo che la cosa si è arenata quando
l’hanno presa in mano i nostri politici. E qualunque
cosa prendano in mano i nostri politici, subito diventa un’altra
cosa. Tutto cambia prospettiva e ciò che è business
per il resto del mondo, in Italia invece, non lo è,
o appare quantomeno sospetto. Non ne parliamo poi se si ha
a che fare con un Comune amministrato dal centrodestra che
sta in una regione di centrosinistra, con un governatore (Illy)
appartenente ad una delle borghesie più ricche del
Paese, e con un governo centrale di centrosinistra con al
Ministero dell’Ambiente personaggi come Pecoraro Scanio.
La fattibilità di un’industria del freddo in
queste condizioni, rasenta lo zero assoluto! In ogni caso,
al di là della battuta, una centralità territoriale
la si potrà costruire solo con un progetto infrastrutturale
e con una strategia di alleanze e di relazioni che riposizioni
Trieste nell’ambito europeo ed internazionale. E’
una situazione di condizionamento plurimo e reciproco: ciascuno
condiziona tutti gli altri con le proprie strategie. L’unica
cosa che conta in questo caso è muoversi quanto prima.
Chi prima arriva, prima alloggia e chi prima alloggia, prima
ha la meglio.
Tra pochi mesi cadranno le ultime barriere con la Slovenia
che diventerà a tutti gli effetti territorio europeo.
Se non ci diamo da fare subito, diventeremo in men che non
si dica da centro strategico geopolitico a semplice periferia.
Trieste, la città più scientifica d’Italia,
per il suo alto tasso di scienziati rispetto alla popolazione,
potrà decretare il suo successo se riuscirà
ad elaborare scelte vincenti per la propria «governance»
territoriale. Questo vuol dire che Trieste potrà continuare
ad essere capoluogo della regione Friuli Venezia Giulia se
saprà organizzarsi per diventare domani un sistema
metropolitano di rango superiore. Gli eventi mondiali stanno
riposizionando Trieste là dov’era un secolo fa:
al centro dello scacchiere europeo, in mezzo all’Europa
centrale. Però la Trieste mitteleuropea non c’è
più. Oggi Trieste appare una città vecchia e
stanca senza nessuna idea di sé. Senza industria, senza
turismo, senza un porto, senza neppure quella cultura assicurativa
che, un secolo e mezzo fa, contava più di centocinquanta
compagnie; ora rimangono solo le Generali giacché l’ultima
compagnia triestina, la Sasa Assicurazioni è stata
“regalata” qualche anno fa al gruppo Fondiaria-Sai.
Non possiamo continuare così. Dobbiamo fare i conti
con la realtà: un operaio negli Usa costa mediamente
17 dollari all’ora, poco più di 12 euro. In Italia
costa 20 euro all’ora: quasi il doppio. Negli Stati
Uniti l’energia pesa mediamente per 43 dollari a megawattora,
che al cambio attuale fa poco più di 31 euro. In Italia
l’energia pesa poco più del doppio, ma in alcune
zone come la Sardegna raggiunge addirittura gli 80 euro a
Mwh, quasi il triplo! Negli Usa i terreni per costruire si
reperiscono a 15 dollari al metro quadrato, nel Veneto, semplicemente
non si trovano terreni. Dove possiamo andare in queste condizioni?
Ovviamente da nessuna parte. Perciò viene da chiedersi
cosa abbiano visto gli americani per investire a Trieste.
Nella nostra città a tutti questi problemi si sommano
i “no a tutto” degli ambientalisti della domenica,
l’incapacità della politica di rispondere alla
domanda di senso che proviene dagli elettori ed un diffondersi
del cinismo di massa che si traduce in un “nosepolismo”
ignavo e indolente.
Se non vogliamo diventare la periferia d’Europa che
sarebbe una beffa data la nostra eccellente posizione geopolitica,
dobbiamo darci da fare. Il primo test industriale sarà
il rigassificatore e subito dopo la conseguente industria
del freddo. Un polo del freddo manca in regione e con esso
il nostro porto potrebbe riavere il grande ruolo strategico
che ha avuto in passato. Un ruolo concreto di «polo
energetico» per la città, cerniera di traffico
di risorse naturali come lo fu nell’Ottocento e che
qualificherebbe ulteriormente Trieste come capoluogo di un
polo dei servizi.
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