Il passato 28 marzo, dopo una lunga convalescenza, è
ritornato Fidel Castro. La sua lunga analisi si trova sul
giornale di regime Granma: http://www.granma.cu/espanol/2007/marzo/juev29/reflexiones.html.
Ecco la parte iniziale del suo discorso: “Condenados
a muerte prematura por hambre y sed más de 3 mil millones
de personas en el mundo. No se trata de una cifra exagerada;
es más bien cautelosa. En eso he meditado bastante
después de la reunión del presidente Bush con
los fabricantes norteamericanos de automóviles. La
idea siniestra de convertir los alimentos en combustible quedó
definitivamente establecida como línea económica
de la política exterior de Estados Unidos...”
L’avevamo lasciato morente qualche mese fa dopo una
delicatissima operazione intestinale. In Florida già
si facevano i piani per il dopo Castro. Invece Castro si ristabilisce.
E si risveglia non solo rosso ma anche verde. La sua ripresa
è talmente “verde” che anche lui abbraccia
la fede ecologista e scaglia su Bush le sue cariche demagogiche
e populiste da vecchio caudillo che sa come blandire il suo
popolo: “Bush condanna a morte prematura per fame e
sete più di tre miliardi di persone nel mondo”…
A quanto pare l’operazione gli ha fatto bene. Ha alzato
il tiro: non più Iraq o Afghanistan, troppo lontani
per noi europei, figurarsi per un cubano; è come parlare
di Marte o di Giove. Per il ritorno di Castro è stato
scelto un tema che serpeggia da tempo anche nella sinistra
italiana: l’ambiente. La nuova religione ambientalista
che ha intriso il cervello di pregiudizi ad una fetta non
trascurabile della nostra popolazione non poteva non essere
in prima fila nella battaglia contro Bush. Nell’alzo
del tiro ha probabilmente giocato anche l'effetto dell'ultimo
rapporto del WWF, del novembre scorso, che presenta Cuba come
il modello di uno sviluppo sostenibile. Quindi Castro è
pronto per un altro attacco a Bush ma questa volta con una
nuova “arma”: i biocarburanti.
Detta così, verrebbe spontaneo pensare che Castro avesse
in testa di contrastare il petrolio Texano ed i petrodollari
con l’etanolo ricavato dalla canna da zucchero. Invece
no. Se la prende con il presidente degli Stati Uniti perché
lo stesso Bush ha deciso di puntare sull’etanolo per
il trasporto con una graduale sostituzione di benzina e diesel.
Avete capito bene! Se la prende con chi vuole sostituire la
benzina con l’etanolo. E dato che l’etanolo viene
ricavato dal mais o dalla canna da zucchero (di cui Cuba e
Brasile sono grandi esportatori) allora anche Castro viene
folgorato dalle ubbie ambientaliste e parla di “sinistra
idea di convertire gli alimenti in combustibile”. A
parte il fatto che gli alimenti sono già combustibile
per il nostro corpo, viene da chiedersi: ma come? Non è
questo che vent’anni fa avrebbero voluto i comunisti
e i verdi? Non è questa la via che si predicava? Non
è la manna arrivata dal cielo per dare più terre
da coltivare ai campesinos? Che è successo?
E’ successo che l’ecologia ha esercitato una spinta
incontenibile. La stessa che fa sragionare i nostri ambientalisti
della domenica, quelli che prendono i contributi per farci
sognare un mondo alla Mulino Bianco anche se tale mondo non
esiste. L’importante è tutelare anche il più
piccolo degli alberi affinché non venga tagliato per
costruire una sordida autostrada da oscuri intrecci capitalisti.
Così, l’ubbia ambientalista folgora anche Castro:
l’avevamo lasciato icona del pacifismo e ce lo rinveniamo
paladino dei movimenti ecologisti più estremisti. Pensavamo
che moriva leader del movimento No-global e invece lo ritroviamo
rinato che si scaglia contro la sciagurata idea di convertire
gli alimenti in combustibile. Perché ciò significa
deforestazione e più acqua da consumare, con il risultato
– dice Castro – che le conseguenze di questa misura
sono la “condanna a morte prematura per fame e per sete
di oltre 3 miliardi di persone nel mondo”, come recita
testualmente in spagnolo l’occhiello di questo articolo.
Ma come? I biocarburanti non erano stati unanimemente invocati
come soluzione per il protocollo di Kyoto? Non dovevano essere
la soluzione per la riduzione di emissioni di CO2? Cos’è
cambiato nei movimenti estremisti (tra cui Greenpeace) che
da un’iniziale prudenza sono poi passati ad essere apertamente
ostili? Cosa mai è potuto balenare negli encefali dei
verdi ambientalisti comunisti e don chisciotteschi che hanno
deciso di combattere l’implacabile mulino di tutte le
miserie umane asserragliati in una resistenza ad oltranza
contro l’etanolo?
Non sarà che l’interesse per il picco del petrolio
cela invece un interesse più sordido, quello del rintocco
delle campane che suonano a morte per il capitalismo? Non
sarà che tutti aspettano quest’ora del picco
come l’ora segnata dal destino, l’ora del crollo
dell’industria automobilistica simbolo della prepotenza
insolente del capitalismo? Non sarà che la proposta
di Bush di convertire all’etanolo il 20% dell’industria
automobilistica entro il 2012, possa far indulgere la gente
a non giudicarlo più l’incarnazione del male,
la personificazione del capitalismo indifferente alla sofferenza
e possa farlo diventare ai loro occhi perfino “etico”?
Non sarà che l’accordo che Bush ha fatto con
Lula in Brasile per moltiplicare l’industria dei biocarburanti
è per rallentare l’espansione in America Latina
del presidente venezuelano Hugo Chavez, grande alleato di
Castro e suo aspirante successore come paladino della lotta
internazionale antimperialista? Non sarà che scagliandosi
contro le multinazionali si pongono le basi per un nuovo totalitarismo?
Ecco che allora si spiega tutto. Il redivivo Castro con il
suo ambientalismo usato come specchio per le allodole vuole
in realtà un maggior consumo di petrolio da parte dei
Paesi latino-americani per le mire espansionistiche del suo
amico Chavez. Più petrolio implica più ricchezza
per il Venezuela e di conseguenza più finanziamenti
diretti a Cuba, Bolivia, Ecuador, cioè a quei paesi
maggiormente antiamericani. L’alleanza Bush-Lula, invece,
tende a svincolarsi da questa dipendenza e perciò Castro
la percepisce come una grave minaccia.
Paradossalmente, gli ambientalisti che salutano il ritorno
di Castro sulla scena internazionale, credono di combattere
il consumo di combustibili fossili ma finiscono perversamente
per fare gli interessi dell’industria petrolifera: si
riempiono la bocca con buonismo verde ed evacuano totalitarismo
rosso.
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