Non
giurare neppure per la tua testa, perché non hai
il potere di rendere
bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare
sì, sì; no, no;
il di più viene dal maligno." (Matteo, 5)
Da quando è entrata in vigore la legge 40 sulla
procreazione assistita, migliaia di coppie italiane in cerca
di un figlio stanno emigrando all’estero. Un turismo
procreativo che alimenta un mercato in crescita esponenziale:
ad oggi di circa 5.000 coppie per un costo medio di 8.000
euro che fa 40 milioni per fecondazioni in vitro con donazione
di ovociti (senza contare i costi delle diagnosi pre-impianto).
La fuga verso paesi con legislazioni meno restrittive la
vediamo anche computando le percentuali di successo della
fecondazione assistita rispetto al 2003: gravidanze diminuite
del 15% ed cicli di trattamento calati complessivamente
dai 2.418 del 2003 a 1.746, cioè di quasi il 28%.
Oltre al calo delle gravidanze c’è stata una
crescita degli aborti dal 17% al 23% ed un aumento dei parti
gemellari dal 14,2% al 18,6%; ciò è chiaramente
dovuto all’obbligo di trasferire in utero tutti gli
embrioni ottenuti con la fecondazione in vitro.
Queste statistiche non tengono conto degli effetti che la
legge avrà sulla ricerca scientifica e che sarà
ben peggiore e molto meno immediata: se non andremo a votare,
se assumiamo un atteggiamento di indifferenza, se lasciamo
che il referendum vada buca, allora avremo ancora una volta
ipotecato il nostro futuro e quel che è peggio, quello
dei nostri figli. Come quando ci suggerirono di andare al
mare… e ci andammo; o quando la corte costituzionale
bocciò alcuni referendum e noi tirammo un sospiro
di sollievo così non dovevamo decidere, non dovevamo
pensare.
Ci siamo comportati in modo qualunquista e cinico come quel
tedesco menefreghista che faceva spallucce alla politica,
ma un triste giorno, quando prese coscienza di ciò
che aveva fatto raccontò sconsolato: "Quando
presero i comunisti non dissi nulla, mica ero comunista.
Neppure quando presero gli ebrei dissi niente, mica ero
ebreo. Poi, quando presero gli zingari e gli omosessuali
rimasi zitto, non ero né l'uno né l'altro.
E così, quando presero me, non era rimasto più
nessuno a poter dire qualcosa".
Così sta accadendo con i referendum, abbiamo lo stesso
atteggiamento: “quando mi chiesero di andare al mare
per non votare, non dissi nulla e ci andai; poi quando la
Consulta bocciò la possibilità di dire la
mia, rimasi zitto; poi se qualcuno dice, tanto non si raggiungerà
il quorum, resto in silenzio. Ora che chiedono di astenersi,
non esco neppure di casa; se poi il referendum si fa a giugno,
meglio, così sono già in ferie”. Solo
che se un giorno accadrà di svegliarci e guardandoci
attorno vedremo solo vecchi burberi e anziani bisbetici,
in una noiosa società senza giovani, senza ricercatori,
senza futuro; se succederà che saremo l’ultima
ruota del carro, sorvegliati speciali al seguito di questo
o di quel paese… beh, se avverrà così
è perché ci hanno preso… e non è
rimasto più nessuno a cui poter dire qualcosa.
Questa è la sconsolante situazione: ci hanno già
praticamente catturati. Siamo un popolo che si è
seduto, che non vuole pensare. Il nostro stereotipo è
Sanremo, là buchiamo tutti gli indici di ascolto.
Restiamo sprofondati davanti alla tv commerciale e forse
un dibattito serio sulla fecondazione assistita non ci interesserebbe
neppure perché in fondo è come se non ci riguardasse.
Sarebbe bello che Trieste, la città più scientifica
d’Italia potesse invertire questa perversa spirale
di indolenza, potesse dare un segnale forte aderendo in
massa al Comitato per il SI. Un segnale che svegli dal torpore
generale anche il resto del nostro Belpaese addormentato.
Sarebbe bello ma probabilmente non accadrà perché
quasi certamente faremo spallucce anche noi, popolo del
“viva là e po’ bon”, in barba a
tutte le aree di ricerca e a tutti i sincrotroni.
Se sarà questa la decisione, a tutte le mamme che
hanno il legittimo desiderio di avere un figlio, ma che
per diversi motivi non possono se non attingendo alla procreazione
assistita, possiamo già prepararci a rispondere in
coro col motto giuliano “no xe pol”. E ai milioni
di malati che ci guarderanno sconsolati per la nostra ignavia
e la nostra fiacchezza d’animo, risponderemo anche
“no xe pol”.
Certo, se poi un domani i malati saremo noi o un nostro
parente o nostro figlio, allora tutto cambia, se avremo
il denaro andremo all’estero a farci curare. Senza
esitazione e in spregio alla nostra attuale indolenza. E
pagheremo. Pagheremo tutto e pagheremo caro. Invece, possiamo
ancora fare qualcosa. L’unico significato possibile
che possiamo dare alla nostra esistenza è quello
assumerci individualmente il rischio di inventarcela. Con
quale faccia andremo a farci curare sulle spalle di quelle
popolazioni che hanno avuto oggi, il coraggio di sperimentare
il rischio sulla loro pelle? E’ forse morale questo
atteggiamento?
Perciò, noi del comitato per il SI siamo convinti
che dobbiamo assumerci il rischio in prima persona se vogliamo
contare qualcosa, se vogliamo che non si abbatta su di noi
e sui nostri cari il flagello di chi vuole porre fine alla
ricerca e alla conoscenza. Perché sappiamo che non
si vince nessun gioco se non si gioca. Coloro che invece
hanno messo il cervello a sedere, per piccolezza d’animo,
quelli che hanno rifiutato il rischio, quelli che per paura
hanno voluto aggrapparsi a significati ereditati, questi,
meritano tutta la nostra disistima, il nostro più
profondo disprezzo.
La vera sconfitta non è, aver tentato, ma essere
rimasti tutta la sera con le fiches in mano, terrorizzati
dall’idea di perdere quei valori sul cui possesso
abbiamo stoltamente covato un miraggio di felicità.
La nostra piccola anima pigra e svogliata non se ne accorge
neppure del profondo dolore che frantuma la vita dei malati.
E la ciarlatana poltroneria degli astensionisti non si rende
conto del danno che provoca. La loro indolenza arroccata
nella pochezza di spirito si inventerà di volta in
volta una causa esteriore che renda ragione del frignare
dei nostri simili.
Infine, quando in futuro il turismo dei malati diventerà
insostenibile, quando la nostra bilancia dei pagamenti sarà
in profondo rosso, con italica stizza ce la prenderemo con
il governo di allora, di qualunque colore esso sia. Il nostro
mondo gonfio di risentiti senza memoria urlerà a
gola spiegata anche contro coloro che invitavano all’astensionismo.
Dimenticando, come sempre accade, che erano loro stessi
quelli che oggi disertano le urne, quelli che invitano i
renitenti dubbiosi e avversi a questa legge infame a indossare
il saio di una vita più semplice al sapore di semolino.
Dunque il nostro appello non può che essere quello
di andare a votare, e votare SI, contro lo schema delinquenziale
e antiumanista di chi ci invita a restare a casa. Il nostro
è un appello ai cattolici, affinché diventino
catto-laici e rivedano la loro drammatica posizione fatta
di superstizioni, di riti e credenze ad arte alimentate
dalla parte più retriva del cattolicesimo. Un appello
ai cattolici perché si ravvedano, ché, nel
loro atteggiamento si rispecchia una profonda avversione
alla vita così tremenda e convulsa che la speranza
vera e inconfessata non può che essere quella di
trascinare il mondo intero nel loro integralismo talebano
fatto di afflizione e di patimento. Chi la pensa così
si è allontanato dal magistero della sacralità,
dalla sua missione pastorale e vuole imporre per legge la
sofferenza.
Costoro potranno far perdere tutti facendo fallire il quorum
e avvelenando con la potenza delle loro campagne propagandistiche
le sorgenti da cui scaturisce la nostra civiltà occidentale.
Ma i catto-laici non sono costretti a vivere fino in fondo
un accanimento che non gli appartiene e che oggi non ha
neppure lo sbocco immaginario di un futuro radioso, perché
dietro di loro c’è un’umanità
dolente in cerca di redenzione e dignità; sono i
malati che non vogliono più restare muti, imprigionati
e strumentalizzati da chi li propone come martiri in religioso
silenzio.
Umiltà, signori. Umiltà. Perché umile
viene dal latino humus, terra. Vuol dire “a partire
dalla realtà” nella sua interezza. L’umiltà
è la condizione per costruire la civiltà e
senza politici umili non si fa una civiltà. Perciò
questo appello è rivolto anche ai politici, perché
si ricordino che siamo uno stato laico, perché si
ricordino che il loro potere proviene dal popolo sovrano.
Il referendum è l’unico strumento di democrazia
diretta che ha il popolo, ed i politici che hanno giurato
fedeltà alla Costituzione dovrebbero saperlo e non
indicarlo come uno strumento rozzo, e comportarsi da criminali
impedendo a tutti di esercitare in santa pace la nostra
ricerca della felicità.
Umiltà anche per le gerarchie ecclesiastiche perché
hanno sentito il bisogno di scendere in campo, perché
hanno sentito l’urgenza di fare omelie sul referendum
e sulla astensione invece di predicare il Vangelo. Bisognerebbe
ricordare loro che Gesù nell’orto degli ulivi,
quando ormai il disegno divino era praticamente compiuto
ed i giochi erano fatti, si rivolse a Dio chiedendogli,
“Padre mio, se puoi, allontana da me questo calice
amaro”. Il che significa semplicemente: Dio, se puoi,
non farmi soffrire! Se il grandissimo spirito di Gesù,
colto nello sconforto della sua dimensione umana, ha avuto
questo atteggiamento verso la sofferenza, chi sono allora
quelli che si ergono a volerne invece l’afflizione?
Il tormento per tutti? Il dolore imposto per legge? Chiunque
voi siate, credete forse di essere più grandi di
Gesù Cristo?
Fortunatamente in questa vicenda referendaria così
poco di “Dio” e così tanto di “Cesare”,
si sostanzia una formula biblica che ha poco meno del sapore
di una profezia, ed è che per votare bisogna semplicemente
mettere una croce o sul SI o sul NO. Quasi come predica
il Vangelo: Sia il vostro votare sì, sì; no,
no; il di più viene dal maligno.