MILANO – Fa molto caldo nella cella del carcere di San
Vittore. Maria Patrizio sta intabarrata sotto una sfilza di
coperte, come se fuori fosse inverno e facesse un freddo polare
e non i quasi 30 gradi che in questi giorni hanno stremato
Milano. La filastrocca a mo’ di ninna nanna, tra lacrime
e singulti, è: “Ho freddo. Voglio morire, è
tutto inutile se Mirko non c’è più”.
Maria, la mamma di Casatenovo, lo ripete a tutti: «E’
tutto inutile, lui non c’è più».
L’ha spiegato ieri mattina anche al deputato della Margherita,
Pierluigi Mantini, che è andato a trovarla in carcere.
E l’ha detto al giudice delle indagini preliminari che
l’ha interrogata, sempre ieri, dalle sei e mezzo del
pomeriggio alle dieci di sera, per la convalida del fermo.
Le accuse contro la donna sono confermate e invariate: omicidio
volontario aggravato e simulazione di reato.
Dietro ogni bambino c’è una mamma. Questi casi
che appaiono così dolorosi per l’opinione pubblica
e che sembrano essere sempre più frequenti, non possono
semplicemente essere spiegati come “depressione post
partum”. Cos’è questa malattia? Come la
si misura? Come la si cura? Quante mamme ancora e soprattutto
quanti bambini ancora dovranno morire prima di capirci qualcosa?
Quanti bambini appena partoriti dovranno essere buttati nei
cassonetti prima di occuparci di questo problema sociale?
Intendiamoci, non è un problema solo italiano. Esiste
dappertutto. E non lo dico perché il mal comune, si
sa, è sempre mezzo gaudio. In altre parti del mondo
si scoprono scene ancora più raccapriccianti: bambini
torturati, o seviziati o abbandonati e con le braccia o le
gambe mangiati dai topi. Bambini dalla pelle piena di vesciche
dovute al fatto che vengono utilizzati come posacenere su
cui si spengono le sigarette… quella pelle che dovrebbe
essere amata, coccolata e curata con cremine, profumi e talco,
una pelle di color rosa che invece è, purtroppo, rosa
dalle piaghe. Noi di Trieste, qualcosa la sappiamo e ce la
ricordiamo: la domanda che fece Moncini “cosa succede
se il giocattolo si rompe?” rimarrà per sempre
impressa a fuoco dentro la nostra anima. I casi sono tanti,
solo che quelli che emergono sono la punta dell’iceberg.
Di queste sofferenze immani non ne veniamo informati come
invece lo siamo stati con la super televisiva Annamaria Franzoni
di Cogne.
Ebbene sì, dietro tutte questi casi, televisivi e no,
c’è sempre una mamma. Una di quelle mamme di
cui i giornali e le televisioni ci parlano come malate e che
nei bar vengono segnate con un perfido ritornello antifemminista:
come streghe maligne o diavoli senz’anima. Una mamma
che se non è assassina poco ci manca, se non uccide
il figlio a sprangate gli strappa l’orecchio a morsi
come è successo di recente a Padova. E noi non possiamo
non avere uno spasmo di coscienza. Un conato di consapevolezza
che, purtroppo, si manifesta appena e poi subito se ne va.
Gli esperti dichiarano che ogni anno si possono mettere in
conto nel nostro Paese circa una decina di casi di infanticidio.
Un’agghiacciante statistica alla quale, purtroppo, non
ci si sottrae per la legge dei grandi numeri. Una statistica
che ci dice quanti ma non quali e tanto meno perché.
Quindi ogni volta, condanniamo in fretta la malvagia mamma
e dopo dimentichiamo. Fino alla prossima. Ci dimentichiamo
che le atrocità e le miserie cominciano da esse stesse.
Che quasi tutte, una volta scoperte, piangono disperate i
loro marmocchi tanto è profondo l’imperativo
sociale che le obbliga ad essere per sempre mamme qualunque
sia il disagio che vivono. Non giustificherò le loro
azioni, voglio solo comprendere quanto accade e capire quale
profonda radice marcia proveniente da noi stessi alimenta
questa frenesia infanticida. Qual è il mondo sessista
e crudele e disumano che fa della maternità un feroce
obbrobrio, una spietata turpitudine nella quale anneghiamo
i bambini.
Trieste, 30/5/2005
|