C’è una bella canzone di Adriano Cementano, “Pensieri nascosti”
dove il nostro cantautore recita: Mi affascina il mistero
delle vite / Che si dipanano lungo la scacchiera / Di giorni
e strade e foto scolorite / Memorie di vent’anni di una sera
(…) Mi piace rovistare nei ricordi / Di altre persone, inverni
o primavere / Per perdere o trovare dei raccordi / Nell’apparente
caos di un rigattiere …
Insomma, a quasi tutte le persone piace andare in giro tra
i robivecchi a rovistare tra le vecchie fotografie poiché
le foto antiche conquistano tutti. Guardarle ti ipnotizzano:
il colore seppia ti colpisce l’anima come una statua di Michelangelo,
come un quadro di Van Gogh. Perché? Perché alle due dimensioni
si aggiunge una terza, quella del tempo trascorso. Un tempo
che non c’è più come quei personaggi delle foto che hai in
mano. Essi rappresentano la prova evidente del nostro trascorso
temporale su questo pianeta, come quando si fa una passeggiata
in un cimitero e ti fermi qua e là a guardare i volti di quella
infinità di persone che furono. Ma perché ciò accade con le
foto antiche? Perché quelle moderne, quelle che si scattano
a dozzine con la fotocamera digitale o con una di quelle usa
e getta, somigliano più ad uno specchio che ad una foto, sembrano
una superficie riflettente con l’immagine ibernata: una banale
immagine riflessa che non ha anima e che ci dice soltanto
se siamo ingrassati o come ci sta male il nuovo taglio dei
capelli.
Tempo fa sono andato a vedere uno spettacolo di un cantautore
in voga negli anni ’70. Oggi è irriconoscibile. Cos’è stato
della sua bellezza, del suo bellissimo corpo, del viso innocente,
dello sguardo puro? Quale abisso c’è stato in mezzo tra l’ieri
e l’oggi per operare un tale orrore? Chissà cosa gli prenderà
quando si vede com’era allora e poi si guarda allo specchio.
In effetti, basta già una foto del ‘70 per prenderti, per
catturarti: ti emoziona l’irrimediabile bellezza persa, perché
non sei passato sulla vita ma la vita ti è passata sopra.
Come un bulldozer. Alcuni popoli indiani dell’America non
hanno mai voluto farsi fotografare perché avevano paura che
la foto ti scippasse una parte dell’anima. E in qualche modo
avevano ragione. In ogni foto rimane prigioniera una sostanza
invisibile, un quid misterioso che cattura un pizzico di vita
e te ne accorgi solo quando passato il tempo, questa impercettibile
sostanza ha capitalizzato interessi. Basta solo una tua foto
di trent’anni fa che, a poco a poco ti porta via, in profondità
a te stesso. E’ davvero un capitale che ha maturato interessi.
Certo, interessi inafferrabili, infinitesimali, tuttavia questi
frutti ci sono e quella sostanza misteriosa ti trasporta a
cavallo di una sorta di anatocismo immaginifico che ti apre
una voragine sotto i piedi.
Se il tempo trascorso è davvero tanto, arriva un momento in
cui non ti riconosci più. Il tuo proprio ritratto non solo
ha soppiantato te stesso ma tutta un’epoca, tutta la tua epoca;
della quale serbi appena un ricordo che affiora quando ti
vedi riflesso, ibernato assieme alla tua scintilla di vita.
La foto che hai tenuto per anni in una scatola di scarpe dimenticata
dentro un cassetto in un cantone della soffitta, quando la
guardi ti spinge sull’abisso, sul baratro del tempo trascorso.
Un dirupo a strapiombo sulla vita che congela gli sguardi
dei protagonisti in un eterno presente. Anche quando sai che
le persone ivi riflesse sono morte da tempo, quella foto dà
origine ad un miraggio, ad una parvenza di fata morgana proprio
per quel pizzico di anima che rimane lì dentro prigioniera.
E’ uno scherzo che ti fa la vita, tra i tanti, quello di rompere
la continuità con il tuo passato. A mano a mano che invecchi
il tuo ieri si fa più lontano, più assente ed in definitiva
più estraneo al tuo presente e finisci per ricordarti male
e alieno e distaccato anche i tuoi momenti di gloria o di
dolore come se non fossi stato tu a viverli ma un altro. Perciò
quando hai tra le mani una tua vecchia foto, questa torna
a possederti, ti obbliga a ricordarti chi eri, a dare una
apparenza alla tua volontà, ti costringe a possederti nuovamente.
I ricordi restano quasi sempre sommersi in un perenne crepuscolo,
dipinto con le ombre del tempo che dà loro una patina color
seppia oppure un bianco color avorio. E quando ti fermi a
contemplare le vecchie foto in un mercatino delle pulci, fotografie
non tue ma di altri che non hai mai visto, il protagonista,
il personaggio sconosciuto della foto respira tra le tue mani
in un presente fermo, tale e quale tu respiri adesso nel tuo
presente attuale e vertiginoso. Ed il mancamento che ti prende
è un afflato impalpabile di consapevolezza: tu sai che quello
della foto è morto chissà da quanto tempo, e ciononostante
la foto è viva, la scintilla di vita è lì presente, il suo
luccichio aspettava dormiente per anni facendo il suo sogno
di stregone. Attendeva di risvegliarsi per catturarti come
un fattucchiere che ti ipnotizza, un indovino che ti magnetizza,
un veggente che ti incanta. Ed è questo che ti emoziona e
ti commuove. Le foto del passato ci sussurrano del nostro
futuro.
Trieste, dicembre 2004
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