Quando sei coinvolto in un processo e la controparte è
una grossa azienda rappresentata da persone che mentono spudoratamente,
sei spacciato: le false affermazioni, le menzogne sono ordigni
che diventano micidiali se usati sapientemente nei processi
della nostra povera giustizia ed intollerabili quando addirittura
in questo stato di cose si posiziona anche il giudice, che,
nel grande calderone giustizialista, una sorta di melting
pot della giustizia, ci mette un brutale atteggiamento di
equità che è, però, alla base dell’iniquità
più irresponsabile proprio perché se hai ragione
al 99,99… per cento, il giudice come l’icona della
bilancia che segna l’imparzialità, parte sempre
dal suo sconsolante fifty-fifty, un 50 per cento di ragione
a ciascuno.
Dunque, niente da fare, tocca a te risalire la china e guadagnare
ogni punto da 50 in su. Se poi, il giudice non vuole capire
perché non ha voglia di pensare o non ha tempo, o non
vuole entrare dentro i problemi, allora il gioco è
fatto: oggi guadagni un punto e finisce l’udienza 51
a 49 ma sei mesi dopo si capovolge la situazione e sei tu
a finire sotto di un punto, e così passa il tempo…
in un magistrale e demoralizzante tango da giustiziere, il
giudice si sposta da una parte all’altra, rimanendo
però, mediamente, sempre in mezzo, sempre intorno al
50 per cento di ragione ad una parte e 50 all’altra.
Questo apparente atteggiamento di chiusura mentale è
in realtà un meccanismo ben oliato che sotto sotto
spera di infiacchire una delle parti (facile intuire quale)
per obbligarla a trattare. Alla stessa stregua di Re Salomone
che equamente decideva di tagliare il bambino in due parti
uguali, il giudice fa la stessa cosa mettendo ora un granellino
qua, ora un granello là, e fissando udienze a tre mesi,
a sei mesi, a calende greche.
La controparte che è forte e che sa come funziona la
giustizia perché l’ha “usata” già
altre volte, non fa altro che aspettare: il giudice è
un essere umano come tutti e alla fine si stancherà
e farà tutto da solo, imboccando la strada del “mettetevi
d’accordo”. A quel punto la parte avversa offre
due lire in più… et voilà… les jeux
sont faits. E infatti così accade. Il magistrato dopo
un po’ si rende conto che se dovesse giudicare equamente,
deve entrare dentro le discussioni tecniche e ovviamente non
ha interesse a farlo per cui la sua strategia diventa quella
di volere solo che tu ti metta d’accordo con la controparte.
Non gli interessa giudicare. Non è in grado di farlo.
Perciò chiede con insistenza un accordo. Ma è
proprio con questo atteggiamento che il giudice irrobustisce
(inavvertitamente? opportunamente?) la controparte. Questo
tema (l’asimmetria di ragioni) è talmente interessante
che meriterebbe una trattazione speciale.
Quindi la presunta imparzialità rafforza in realtà
chi non ha ragione. E quando è la controparte che ha
torto marcio, è questa a risultare rafforzata. Perché
per il giudice la verità sta in mezzo. Invece non è
così, la verità sta in profondità. Ma
allora, viene da chiedersi: come si fa ad affrontare questa
situazione? Risposta: non si può fare niente. Perché
nella sua neutrale bilancia, l’icona imparziale deve
restare il più possibile “a bolla”, il
giudice ascolta e mette il suo granellino su piatto della
basculla. Ed il tempo che trascorre pigro fa dimenticare tutte
le confessioni, ridimensiona tutti i soprusi, perché
le parole in alcuni casi sono pietre ma in altri sono bazzecole.
Così risulta che devi lottare contro un avversario
che è doppiamente favorito giacché è
forte non solo perché è poderoso economicamente,
ma perché, come dicevo poc’anzi, godendo dell’immeritato
fido giudiziario del 50%, può mettere a frutto il credito
nel tempo. Come una cambiale speciale che rende molto più
del valore intrinseco del titolo stesso perché gode
di interessi privilegiati: una specie di anatocismo giustizialista.
Dato che il tempo è alleato solo di chi è economicamente
forte, sarà sempre la controparte che in queste condizioni
non vorrà mai accordarsi.
Trieste, giugno 2004
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