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GIUSTIZIA E IMPRENDITORIALITÀ


Non c’è da stupirsi se il nostro Paese è il fanalino di coda nella ricerca e sviluppo in Europa. Ciò è dovuto alla condizione di totale abbandono in cui si trova il management di questo nostro Paese. Non c’è dunque nulla di che stupirsi se siamo tra gli ultimi a livello economico e imprenditoriale. Chi mai potrebbe avere il coraggio di muoversi, di fare qualcosa di nuovo, nel nostro Paese? Nessuno. Nessuno fa niente perché è l’unico modo di non sbagliare. L’imprenditorialità viene punita mentre viene premiato chi riesce a dribblare i problemi, a restare sempre a galla, a non esserne “toccato” da essi.

L’ambiente direzionale di qualsiasi società è una sorta di campo di battaglia perenne. La guerra nasce dalle passioni umane, e, come diceva Platone, ad essa non ci si sottrae perché è insita nella natura dell’uomo cioè nella nostra innata inclinazione alla collera ed alla prepotenza, nella nostra ansia di affermarci ed esercitare il predominio e la supremazia. Il moderno terreno civile della guerra è delimitato dalla Costituzione, dai codici civili, penali, dai contratti collettivi di categoria, ecc. Quindi quando una compagnia acquista un’altra, quando si fanno le famose fusioni quello che in realtà accade è una sorta di guerra che la dirigenza acquirente perpetra nei confronti della dirigenza acquisita, una contesa combattuta con ogni tipo di armi “civili” (bugie, trappole costruite a tavolino, scartoffie processuali) armi improprie utilizzate da una parte (quella più forte rappresentata dalla Compagnia) contro quella inerme (la dirigenza rilevata al momento della vendita).

Sì, perché il nuovo padrone che arriva è una sorta di talebano pronto a seminare il terrore con “bombe a orologeria” studiate a tavolino e messe sapientemente qua e là. Un avventuriero che viene e tocca i tuoi interessi così prepotentemente, così dispoticamente, che ti butta in un conflitto con disparità di mezzi e di potenza in modo così barbaro e così asimmetrico (parola che oggi va di moda) che il solo modo per affrontarlo è quello di utilizzare l’unica arma che appartiene a noi tutti, che dobbiamo tenere sempre con noi e usare senza riserve e senza timidezze: l’arma incruenta dei pensieri espressi attraverso la parola, attraverso le idee ed i principi che ci distinguono dagli animali e dai vegetali.

Per questo motivo mi preoccupo parecchio e mi indigno e mi chiedo a cosa serva essere cittadini in uno stato di diritto, se un altro cittadino, una sorta di supercittadino può metterti nei guai come gli pare e quando gli pare e piace? Un supercittadino qualsiasi che può diventare il tuo feudatario, il tuo padrone. Certo, prima o poi i fatti si chiariranno, prima o poi la verità dovrà pur emergere… Sì, ma quando? In questo nostro Paese una cosa è avere ragione ed un’altra è farsela dare. E nel frattempo? Chi ti ripaga degli errori e degli orrori che sulla tua pelle il supercittadino ti ha fatto? E chi ti ripaga quand’anche emergesse che sei stato vittima di un complotto studiato a tavolino?

Non certo i contratti collettivi nazionali dei dirigenti. Questi sono contratti che vanno bene solo quando le cose vanno bene. In realtà non proteggono affatto i dirigenti, e poi fanno riferimento a momenti storici completamente diversi da quegli attuali. La generale situazione congiunturale avversa che si è venuta a creare dopo l’11 settembre e la mancanza di protezione contro i licenziamenti (non c’è art. 18), dovrebbe portare a trattare un licenziamento con più cautela e invece… Lungi dall’essere un personaggio forte nella piramide dell’organigramma di un’azienda, il dirigente è in realtà il personaggio più debole, stretto tra la morsa dell’efficientismo e quella infida delle “cordate”: o sei nella cordata vincente oppure non conta niente chi sei né quello che hai fatto, perché tu, come persona, non conti niente. Il Santo Uffizio dell’inquisizione imprenditoriale quando non li servi più, ti prende e ti dà alle fiamme senza tanti complimenti. Anche se dimostri di essere stato più che all’altezza della situazione in tutti i momenti della vita aziendale.

La storia dei rilevamenti aziendali è, la maggior parte delle volte, una storia medievale, come quella di Galileo o quella di Mastro Cecco nella Firenze del 1300 che per la sola pubblicazione del libro La Sfera Armillare, venne incarcerato e seviziato. Personaggi colpevoli di aver detto la verità oggettivamente osservabile, che la Terra è rotonda. Così quando i dirigenti rilevati sostengono la verità sulla compagnia che egregiamente gestivano, vengono accusati di malagestio per poterli far fuori senza che possano neppure difendersi, neanche davanti al nuovo Consiglio di Amministrazione in spregio allo Statuto e ai doveri degli amministratori descritto negli artt. 2391 e 2392 c.c.. I nuovi CdA fantocci evidentemente non vogliono ascoltare alcuna verità. Perché è proprio il vero che l’ignoranza e la santocchieria tartufesca non vogliono mai udire. Se cerchi di ragionare e far ragionare sui numeri, sui fatti, è tutto inutile, il Fra’ Accursio inquisitore ti risponde: “non è vero!”. E quando questa cosa te la senti ripetere in giudizio, manco a dirlo, non serve a niente giacché il giudice dichiara di non voler entrare in dettagli tecnici.

Il Fra’ Accursio, il Bernardo Gui inquisitore, non ti dà alle fiamme. Ma è come se lo facesse. L’inquisizione imprenditoriale usa un altro tipo di sevizie: le bugie, le menzogne, le trappole studiate a tavolino. E poi… c’è il tempo, il tempo che gioca sempre a favore di chi, ricevendo lo stipendio ogni mese, non ha fretta e lo lascia scorrere pigramente perché ha un altro respiro, alieno a quello personale, un respiro per così dire “aziendale” molto più lungo. Come quello delle grandi istituzioni, la chiesa, lo Stato, o, in questo caso, le grandi compagnie di assicurazioni…

In famiglia ti aspetti che chi viene scelto ad occupare un posto così alto in termini di responsabilità tale da avere carta bianca su tutto e tutti e quindi il potere di “buttare fuori” chi vuole, senza dover renderne conto, sia almeno una persona con un minimo, non dico di umanità, ma almeno di senso civile, di senso politico, di capacità di guardare avanti e di capire con chi si ha a che fare. Invece, le persone preposte si dimostrano sgherri del Sant’Uffizio con un orizzonte temporale a pochi mesi, quelli sufficienti a distruggere una persona.

Così, il messer inquisitore, lo Jacopo da Brescia, al posto delle torture del corpo preferisce quelle della psiche e invece di pinze e chele usa congegni apparentemente incruenti ma altrettanto micidiali: le false affermazioni, le menzogne e soprattutto l’arte di ordire e di tramare. Questi ordigni non sanguinosi, diventano però tremendi quando usati sapientemente nei processi della nostra povera giustizia ed intollerabili quando ti vogliono far abiurare o quando addirittura in questo stato di cose si posiziona anche il giudice, che ci mette un brutale e inevitabile atteggiamento di equità che è, però, la base della più totale iniquità perché se hai ragione al 99,99… per cento, il giudice, come una bilancia “a bolla” deve segnare l’imparzialità, partendo sempre dal fifty-fifty, un 50 per cento di ragione a ciascuno. E così, quando ti imbatti per la prima volta nella giustizia ti accoglie l’iniquità.

Questa è la nostra imprenditorialità. Così è fatta. Dunque non c’è nulla da stupirsi se retrocediamo ogni giorno di più.

Trieste, aprile 2004