Quando vieni licenziato, ti succede di perdere la bussola.
Ti chiedi cosa hai fatto? Perché ti è capitato
questo? E’ come se un medico ti avesse diagnosticato
una terribile malattia e tu non eri preparato per affrontarla.
La vita ti mette alla prova. Se poi hai quasi cinquant’anni
e a nessuno interessa più niente di te, la cosa si
fa doppiamente grave: ti senti solo e abbandonato da tutti.
Nel mio caso la vicenda è triplemente grave perché
ero un direttore generale. Uno che capendo il significato
del potere che aveva lo usava con parsimonia proprio per non
dover commettere ingiustizie; e invece scopri che con te gli
altri non si sono comportati allo stesso modo. Allora ti senti
mancare il terreno sotto i piedi. Incominci ad avvertire cose
che prima non ti succedeva di conoscere e quindi di ri-conoscere.
Inizi a registrare aspetti molto importanti che passavano
quasi sempre inavvertiti. Aspetti che si leggono o si vedono
in situazioni e circostanze nelle quali uno non vorrebbe “stare
lì”. Mi riferisco all’ambiguo stato dello
spirito che coglie qualcuno, quando una storia raccapricciante,
qualunque essa sia, viene alla luce.
Già nel De Rerum Natura, Lucrezio (I secolo a.C.) descriveva
lo stato d’animo di uno spettatore che passeggia tranquillamente
mentre il mare infuria e osserva un povero vascello che si
trova lì sballottato in alto mare. E’ uno stato
d’animo incerto quello che si vive in quei momenti,
oscillante tra lo spontaneo compatimento per l’infelice
vascello fatto sobbalzare dal vento e dalle onde ed il segreto,
intimo rallegramento, del tipo “meno male che non accade
a me”. Un sottile compiacimento che Lucrezio, in latino,
descrive con magistrale lirismo. Una situazione, questa, non
diversa da chi in macchina, lentamente avanza per potersi
avvicinare e osservare meglio un incidente stradale che, ad
esempio, ha fatto rallentare il traffico, e far tirare un
sospiro di sollievo che lo sventurato episodio non fosse capitato
proprio a lui. Tutti abbiamo avuto qualche volta nella vita
pensieri del tipo “bastava passare di qua due minuti
prima… e sarei stato io lì al posto di quel poveraccio…”.
Io credo che non sono neppure granché differenti i
contrastanti sentimenti che ci tengono inchiodati al televisore
quando, ad esempio, terroristi rapiscono qualcuno in Iraq
o lo decapitano.
Credo che ci sia un comune denominatore in tutte le tragedie
grandi o piccole che siano, che vanno dalle facce dei bombardati
a quelli rimasti in sedie a rotelle negli incidenti stradali,
oppure semplicemente di quelli che sono stati “buttati
fuori” a calci nel sedere da un lavoro o da una posizione
qualsiasi. Storie comuni che ci riguardano. Storie di ordinaria
ingiustizia. Nel caso del mio licenziamento il nuovo arrivato,
il personaggio paracadutato, dimostrò ben presto di
essere in guerra. Solo che noi vecchi dirigenti non lo sapevamo.
Era una guerra asimmetrica, come si usa dire oggi, monodirezionale,
fatta da una sola parte verso l’altra, cioè da
parte sua, pieno di poteri, verso dirigenti, inermi. Non una
guerra dove l’uomo bracca ed è braccato ma una
guerra dove solo lui poteva braccare perché un’altra
persona gli ha dato licenza speciale per farlo. Una specie
di caccia alla volpe, un mors tua vita mea fatti da abusi
e soprusi provenienti da una sola parte e che hanno dell’inverosimile.
Altro che mobbing. Ritengo che affibbiare ad un altro fatti
non veri debba essere considerato un reato, perseguibile civile
e penalmente, perché sono convinto che questi eccessi
debbano essere considerati alla stessa stregua di chi violenta
una donna. L’angheria volontaria, pecorara e pecoreccia,
non è certo un valore per la gestione aziendale. Non
riflette né la morale né la sapienza del vero
management. E’ una cultura che non rappresenta più
nessuno, che non ha cittadinanza nel mondo societario, arcaica
ed estremista, a cavallo tra la crudeltà di Giovanni
Brusca e la ferocia di Bernardo Provenzano. Perché
licenziare qualcuno senza motivi per il solo fatto che devi
mettere i tuoi “amici” è come farlo sciogliere
nell’acido.
In ogni caso, il risultato è lo stupido maltrattamento
contro quelli che non hanno voluto stare a questo gioco. Sei
circondato. I nuovi paracadutati sono chiamati a testimoniare
fatti inesistenti e fanno quelle affermazioni gratuite che
sono disarmanti e sono state preparate a tavolino per poi
metterle in bocca a personaggi di poco calibro, collocati
a custodire il potere usurpato. In queste occasioni emerge
una direzione malata, furiosa e immatura che non rappresenta
più il management industriale del nostro Paese, perché
misero e miserabile, perché desolante, infame e spregevole.
Apprezzerei molto se qualcun altro, qualche esperto, qualche
lettore attento badasse a farci capire di più e meglio
in che senso tutte queste storie comuni proprio perché
comuni, ci riguardano. Gradirei molto che queste storie comuni
non fossero solo e a malapena un titolo di giornale che viene
poi subito dimenticato, perché, alla stessa stregua
della giustizia, nessuno ha il tempo di addentrarsi nei problemi.
Se poi i giudici non hanno neppure voglia di farlo e quindi
preferiscono i problemi semplici a quelli complessi…
ahimè cosa sarà di noi, mi chiedo. La superficialità
regna sovrana come nella legge dello spettacolo: sempre nuove
cose senza mai approfondire niente. In che mani siamo.
Diceva F. Niestche, in Umano troppo umano: “L’utilizzazione
delle piccole disonestà, il potere della stampa consiste
nel fatto che ciascuno che la serve si sente ben poco obbligato
e vincolato. Solitamente egli dice la sua opinione, a volte
però non la dice, per favorire il suo partito o la
politica del suo paese oppure semplicemente se stesso. Questi
piccoli reati di disonestà, o forse solo di disonesto
silenzio, non costituiscono un peso per il singolo, ma le
loro conseguenze sono molto gravi, perché questi piccoli
reati vengono commessi da molti contemporaneamente…
Siccome per la morale sembra quasi indifferente scrivere o
non scrivere una riga in più, magari senza firma, uno
che abbia denaro e potere può far diventare qualsiasi
opinione l’opinione pubblica. Chi sa che la maggior
parte delle persone nelle piccole cose sono deboli, e mira
a raggiungere i suoi fini attraverso di loro, è sempre
un uomo pericoloso”.
Dunque, la nuova gestione aziendale si è trasformata
in un campo di battaglia, una arena dove prevale il mors tua
vita mea, e la mancanza di capacità tecnica e politica
nonché di quella capacità di misurazione obiettiva
su ciò che un dirigente ha fatto e di come l’ha
fatto, dà la percezione netta del pantano dove le aziende
sono andate a finire: in mano a gente che non ha remore per
il gioco sporco. Gente superba, orgogliosa e senza alcuna
capacità imprenditoriale. Che razza di alta dirigenza
è quella che ristabilisce l’eresia, sevizia e
manda al rogo i suoi figli? Che razza è mai un’alta
dirigenza che conferisce all’ultimo arrivato, che non
ha neppure il vissuto della compagnia, gli dà, dicevo,
tutti i poteri e glieli fa tenere nascosti in tasca, per poi
tirarli fuori come un arbitro estrae un cartellino rosso?
Che razza di alta dirigenza è una che invece di ascoltare
i suoi dirigenti li zittisce e li ricatta, spadroneggia e
trasforma il dissenso in reato?
Una dirigenza profana, da moderni inquisitori dell’imprenditoria,
così empi, indecenti ed abbietti, che non si curano
affatto degli effetti deleteri del loro comportamento, quello
di mentire agli azionisti, farsi dare tutti i poteri e poi
ordire trappole per cacciare la dirigenza efficiente e prendere
ex abrupto il loro posto e collocare i propri “amici”.
Una dirigenza boriosa e con un tipo di orgoglio molto speciale,
la superbia di tutti coloro che sono dominati da una delle
più sinistre passioni umane, quella del disperato bisogno
di essere un capo, oppure di immaginare di essere e di dimostrare
di essere un capo, meglio se con i cosiddetti. Bisogno davvero
disperato giacché chi ne è tiranneggiato no
può mai permettersi, nemmeno per un istante di dimenticare
di essere e voler essere, appunto, un capo. Perché
si arriverebbe alla conclusione che per soddisfare i suoi
bisogni istintivi, ha dovuto vendere la sua anima, ha dovuto
mentire, ha dovuto inventare fatti inesistenti.
Certo, col tempo questi dirigenti, questi Fra’ Accursio
inquisitori che tramano e che del suo potere ne fanno un uso
insensato, dovranno fare i conti con quanto hanno seminato.
Ne sono convinto perché il lupo perde il pelo ma non
il vizio e sicuramente quelli che gli stanno attorno lo sanno
ma devono stare al gioco per convenienza: in Italia tutti
“tengono famiglia”. Ma prima o poi anche per il
Bernardo Gui inquisitore arriva la sua ora, l’ora della
verità. Ed allora la sua statuetta di capo, sia di
fronte ai suoi presunti ammiratori sia al cospetto della sua
smisurata vanità, crollerà e si sbriciolerà.
E lui, di botto, scoprirà di non poter essere più
neppure quello che sempre è stato: un buffo bisognoso
(come il tossico della sua dose) di quella fetta quotidiana
di idolatria, di ammirazione e di devozione che soltanto scelte
schiere di arroganti circonvenuti possono assicurare a boriosi
mascalzoni del suo rango.
Appare sempre più evidente che forse una scarsa consapevolezza
del problema o peggio un estremismo del governo aziendale,
promuove la forza sino a non farle conoscere altro che la
forza; mette la politica a fare da segugio al mandriano militare/aziendale,
e così i dirigenti soppiantati diventano nemici da
scalzare subito e rimpiazzare con i propri amici, diventano
tutti pecore da marchiare, bestie da tosare per il dileggio
dei vincitori.
Per ora, credo che solo la divulgazione di questi casi, possa
in un certo senso rivelare in che modo (e cosa si può
fare per) essere uno spettatore diverso e migliore, perché
non incerto, dall’ambiguo spettatore della spiaggia
descritto magistralmente da Lucrezio.
Trieste, settembre 2003
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