home page
 
 
 
• Padre Pio
• 10 miti e 10 verità
sull'ateismo
• Una panzana grande
come un iceberg
• Pistorius
• La supplenza
• Ambientalisti colpevoli
• Il rigassificatore
a Capodistria
• Metti l'Europa
nella Mitteleuropa
• Ricordando
Peter Thomas Bauer
• Castro:
icona verde-rossa
• Un'ingerenza intollerabile
• Il Global Worm
(Il bacco globale)
 

e-mail  
 

IL LICENZIAMENTO


Quando vieni licenziato, ti succede di perdere la bussola. Ti chiedi cosa hai fatto? Perché ti è capitato questo? E’ come se un medico ti avesse diagnosticato una terribile malattia e tu non eri preparato per affrontarla. La vita ti mette alla prova. Se poi hai quasi cinquant’anni e a nessuno interessa più niente di te, la cosa si fa doppiamente grave: ti senti solo e abbandonato da tutti. Nel mio caso la vicenda è triplemente grave perché ero un direttore generale. Uno che capendo il significato del potere che aveva lo usava con parsimonia proprio per non dover commettere ingiustizie; e invece scopri che con te gli altri non si sono comportati allo stesso modo. Allora ti senti mancare il terreno sotto i piedi. Incominci ad avvertire cose che prima non ti succedeva di conoscere e quindi di ri-conoscere. Inizi a registrare aspetti molto importanti che passavano quasi sempre inavvertiti. Aspetti che si leggono o si vedono in situazioni e circostanze nelle quali uno non vorrebbe “stare lì”. Mi riferisco all’ambiguo stato dello spirito che coglie qualcuno, quando una storia raccapricciante, qualunque essa sia, viene alla luce.

Già nel De Rerum Natura, Lucrezio (I secolo a.C.) descriveva lo stato d’animo di uno spettatore che passeggia tranquillamente mentre il mare infuria e osserva un povero vascello che si trova lì sballottato in alto mare. E’ uno stato d’animo incerto quello che si vive in quei momenti, oscillante tra lo spontaneo compatimento per l’infelice vascello fatto sobbalzare dal vento e dalle onde ed il segreto, intimo rallegramento, del tipo “meno male che non accade a me”. Un sottile compiacimento che Lucrezio, in latino, descrive con magistrale lirismo. Una situazione, questa, non diversa da chi in macchina, lentamente avanza per potersi avvicinare e osservare meglio un incidente stradale che, ad esempio, ha fatto rallentare il traffico, e far tirare un sospiro di sollievo che lo sventurato episodio non fosse capitato proprio a lui. Tutti abbiamo avuto qualche volta nella vita pensieri del tipo “bastava passare di qua due minuti prima… e sarei stato io lì al posto di quel poveraccio…”. Io credo che non sono neppure granché differenti i contrastanti sentimenti che ci tengono inchiodati al televisore quando, ad esempio, terroristi rapiscono qualcuno in Iraq o lo decapitano.

Credo che ci sia un comune denominatore in tutte le tragedie grandi o piccole che siano, che vanno dalle facce dei bombardati a quelli rimasti in sedie a rotelle negli incidenti stradali, oppure semplicemente di quelli che sono stati “buttati fuori” a calci nel sedere da un lavoro o da una posizione qualsiasi. Storie comuni che ci riguardano. Storie di ordinaria ingiustizia. Nel caso del mio licenziamento il nuovo arrivato, il personaggio paracadutato, dimostrò ben presto di essere in guerra. Solo che noi vecchi dirigenti non lo sapevamo. Era una guerra asimmetrica, come si usa dire oggi, monodirezionale, fatta da una sola parte verso l’altra, cioè da parte sua, pieno di poteri, verso dirigenti, inermi. Non una guerra dove l’uomo bracca ed è braccato ma una guerra dove solo lui poteva braccare perché un’altra persona gli ha dato licenza speciale per farlo. Una specie di caccia alla volpe, un mors tua vita mea fatti da abusi e soprusi provenienti da una sola parte e che hanno dell’inverosimile.

Altro che mobbing. Ritengo che affibbiare ad un altro fatti non veri debba essere considerato un reato, perseguibile civile e penalmente, perché sono convinto che questi eccessi debbano essere considerati alla stessa stregua di chi violenta una donna. L’angheria volontaria, pecorara e pecoreccia, non è certo un valore per la gestione aziendale. Non riflette né la morale né la sapienza del vero management. E’ una cultura che non rappresenta più nessuno, che non ha cittadinanza nel mondo societario, arcaica ed estremista, a cavallo tra la crudeltà di Giovanni Brusca e la ferocia di Bernardo Provenzano. Perché licenziare qualcuno senza motivi per il solo fatto che devi mettere i tuoi “amici” è come farlo sciogliere nell’acido.

In ogni caso, il risultato è lo stupido maltrattamento contro quelli che non hanno voluto stare a questo gioco. Sei circondato. I nuovi paracadutati sono chiamati a testimoniare fatti inesistenti e fanno quelle affermazioni gratuite che sono disarmanti e sono state preparate a tavolino per poi metterle in bocca a personaggi di poco calibro, collocati a custodire il potere usurpato. In queste occasioni emerge una direzione malata, furiosa e immatura che non rappresenta più il management industriale del nostro Paese, perché misero e miserabile, perché desolante, infame e spregevole.

Apprezzerei molto se qualcun altro, qualche esperto, qualche lettore attento badasse a farci capire di più e meglio in che senso tutte queste storie comuni proprio perché comuni, ci riguardano. Gradirei molto che queste storie comuni non fossero solo e a malapena un titolo di giornale che viene poi subito dimenticato, perché, alla stessa stregua della giustizia, nessuno ha il tempo di addentrarsi nei problemi. Se poi i giudici non hanno neppure voglia di farlo e quindi preferiscono i problemi semplici a quelli complessi… ahimè cosa sarà di noi, mi chiedo. La superficialità regna sovrana come nella legge dello spettacolo: sempre nuove cose senza mai approfondire niente. In che mani siamo.

Diceva F. Niestche, in Umano troppo umano: “L’utilizzazione delle piccole disonestà, il potere della stampa consiste nel fatto che ciascuno che la serve si sente ben poco obbligato e vincolato. Solitamente egli dice la sua opinione, a volte però non la dice, per favorire il suo partito o la politica del suo paese oppure semplicemente se stesso. Questi piccoli reati di disonestà, o forse solo di disonesto silenzio, non costituiscono un peso per il singolo, ma le loro conseguenze sono molto gravi, perché questi piccoli reati vengono commessi da molti contemporaneamente… Siccome per la morale sembra quasi indifferente scrivere o non scrivere una riga in più, magari senza firma, uno che abbia denaro e potere può far diventare qualsiasi opinione l’opinione pubblica. Chi sa che la maggior parte delle persone nelle piccole cose sono deboli, e mira a raggiungere i suoi fini attraverso di loro, è sempre un uomo pericoloso”.

Dunque, la nuova gestione aziendale si è trasformata in un campo di battaglia, una arena dove prevale il mors tua vita mea, e la mancanza di capacità tecnica e politica nonché di quella capacità di misurazione obiettiva su ciò che un dirigente ha fatto e di come l’ha fatto, dà la percezione netta del pantano dove le aziende sono andate a finire: in mano a gente che non ha remore per il gioco sporco. Gente superba, orgogliosa e senza alcuna capacità imprenditoriale. Che razza di alta dirigenza è quella che ristabilisce l’eresia, sevizia e manda al rogo i suoi figli? Che razza è mai un’alta dirigenza che conferisce all’ultimo arrivato, che non ha neppure il vissuto della compagnia, gli dà, dicevo, tutti i poteri e glieli fa tenere nascosti in tasca, per poi tirarli fuori come un arbitro estrae un cartellino rosso? Che razza di alta dirigenza è una che invece di ascoltare i suoi dirigenti li zittisce e li ricatta, spadroneggia e trasforma il dissenso in reato?

Una dirigenza profana, da moderni inquisitori dell’imprenditoria, così empi, indecenti ed abbietti, che non si curano affatto degli effetti deleteri del loro comportamento, quello di mentire agli azionisti, farsi dare tutti i poteri e poi ordire trappole per cacciare la dirigenza efficiente e prendere ex abrupto il loro posto e collocare i propri “amici”.

Una dirigenza boriosa e con un tipo di orgoglio molto speciale, la superbia di tutti coloro che sono dominati da una delle più sinistre passioni umane, quella del disperato bisogno di essere un capo, oppure di immaginare di essere e di dimostrare di essere un capo, meglio se con i cosiddetti. Bisogno davvero disperato giacché chi ne è tiranneggiato no può mai permettersi, nemmeno per un istante di dimenticare di essere e voler essere, appunto, un capo. Perché si arriverebbe alla conclusione che per soddisfare i suoi bisogni istintivi, ha dovuto vendere la sua anima, ha dovuto mentire, ha dovuto inventare fatti inesistenti.

Certo, col tempo questi dirigenti, questi Fra’ Accursio inquisitori che tramano e che del suo potere ne fanno un uso insensato, dovranno fare i conti con quanto hanno seminato. Ne sono convinto perché il lupo perde il pelo ma non il vizio e sicuramente quelli che gli stanno attorno lo sanno ma devono stare al gioco per convenienza: in Italia tutti “tengono famiglia”. Ma prima o poi anche per il Bernardo Gui inquisitore arriva la sua ora, l’ora della verità. Ed allora la sua statuetta di capo, sia di fronte ai suoi presunti ammiratori sia al cospetto della sua smisurata vanità, crollerà e si sbriciolerà. E lui, di botto, scoprirà di non poter essere più neppure quello che sempre è stato: un buffo bisognoso (come il tossico della sua dose) di quella fetta quotidiana di idolatria, di ammirazione e di devozione che soltanto scelte schiere di arroganti circonvenuti possono assicurare a boriosi mascalzoni del suo rango.

Appare sempre più evidente che forse una scarsa consapevolezza del problema o peggio un estremismo del governo aziendale, promuove la forza sino a non farle conoscere altro che la forza; mette la politica a fare da segugio al mandriano militare/aziendale, e così i dirigenti soppiantati diventano nemici da scalzare subito e rimpiazzare con i propri amici, diventano tutti pecore da marchiare, bestie da tosare per il dileggio dei vincitori.

Per ora, credo che solo la divulgazione di questi casi, possa in un certo senso rivelare in che modo (e cosa si può fare per) essere uno spettatore diverso e migliore, perché non incerto, dall’ambiguo spettatore della spiaggia descritto magistralmente da Lucrezio.

Trieste, settembre 2003