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IL DISAMORE


Quando ti capita il disamore ti senti cadere dalla padella alla brace, ti senti come una freccia spuntata nella faretra del tuo cuore che aspetta di colpire ma sai già che non ferirà nessuno, non colpirai chi vuoi trafiggere. Perché non c’è niente di peggio che essere innamorato ed aspettare che il tuo amato ti degni uno sguardo, una parola, un sorriso. Quando hai vent’anni puoi restare tutto un fine settimana aspettando che lui (o lei) ti telefoni. E se non avviene, dopo qualche giorno sembri un cadavere ambulante, schiacciato dal peso smisurato della vita. E’ sorprendente quanto pesa l’esistenza quando l’indifferenza, il disamore, ti azzanna. Se il tuo amante non ti ama il futuro ti appare torbido e limaccioso. Ti sei cacciato in una melma grigia dove i giorni non finiscono mai. Un pomeriggio d’estate sembra interminabile, il sole resta fisso, inchiodato in mezzo al cielo ad allungare a dismisura il giorno, con un accanimento degno di un inquisitore medievale, ti dilata la vita che reputi senza senso se non c’è l’oggetto del tuo amore.

Perché l’amore è una droga e così come ogni tossico non può sopravvivere senza la sua dose, ogni innamorato no può vivere senza il bene del suo amore. Zero pulsazioni. Nulla batte, niente sussulta se quegli occhi che tu vuoi che ti guardino, non ti guardano, se quel sorriso che tu vuoi che ti sorrida, non ti sorride.

E’ l’indifferenza. Il disamore che ti prende e ti picchia duro soprattutto quando sei molto giovane perché è allora che credi che le tue passioni siano veramente autentiche, perché sono come un oceano in tempesta, un mare forza nove, aliene alla tua volontà, estranee alla tua fermezza. Tribolazioni immense e immutabili come i pianeti, come il cielo del tuo essere interiore, perché, soprattutto in gioventù, si pensa che l’essere amato non è rimpiazzabile, che non esista al mondo un altro essere così meraviglioso, che non potrai mai più amare nessun altro in quel modo…

Poi passa il tempo e passano gli anni. Si susseguono altri amori, ti succedono altri innamoramenti. Alcuni fulminanti, altri lenti ma inesorabili, talvolta amori a prima vista e talaltra a prima svista, ancora delusioni e disillusioni se ti eri illuso. E la memoria si gonfia di passioni spente e impari a relativizzare tutto, anche i sentimenti. Con gli anni comprendi che l’amore che stai per perdere ancora non è l’unico e forse non è neppure amore, ma ciononostante, il disimpegno del cuore è sempre ardente, perché l’amore è connaturato al dolore e ti brucia come un acido corrosivo, ti prende ogni volta un pezzo di cuore e lo butta in un frullatore, solo che ogni volta il pezzo di cuore rubato è più piccolo.

All’inizio della tua vita sentimentale aspetti la chiamata che non arriva e ti arrabbi e ti disperi. Aspetti il miracolo: che il tuo amato si comporti in modo diverso. Ma il tuo lui o la tua lei si comportano in modo indegno e spregevole e si incapricciano ad essere quello che sono e quasi mai come vuoi tu che siano. Il dolore si ramifica dal tuo cuore fino ai tuoi arti, alle tue braccia, alle tue dita che sentono fame di “toccare” non tanto il corpo quanto l’anima dell’amato, perché vuoi catturare il miraggio d’amore, quella sorta di fata morgana che si sposta incessantemente e non si lascia catturare. Un arco baleno alla cui fine ci sarà pure la pentola d’oro, ma dove non potrai mai avvicinarti perché il termine non esiste, è una illusione ottica.

Ma il tempo è galantuomo. Con il passare del tempo i colori ritornano nella tua vita e tutto ricomincia a brillare anche se non puoi dirlo a chi soffre una pena d’amore perché non ti capirebbe. C’è un disamore ancora più crudele e doloroso di quello in cui sei stato lasciato: quando senti che la brillantezza della passione si spegne, che il falò si converte in brace. Hai amato con tutte le tue forze, te lo dice la tua memoria ma i tuoi sentimenti non lo ricordano. Guardi le vecchie fotografie dei primi giorni della tua passione e non ti riconosci in quel sorriso in quella emozione di sentirsi assieme, in quella intensità di volersi bene. Forse hai vissuto assieme a lui (o lei) per anni; forse hai anche figli, tirati su con un affetto compartito ed assuefatto. Ma, certamente, in qualche momento di questa traversata temporanea che avete fatto nella vita di coppia, hai perso il contatto con il tuo partner. La maggior parte delle volte non è questione di colpe. E’ solo un non ritrovarsi più.

Tua moglie smette di essere la moglie che avevi sognato; tuo marito non incarna più la coppia ideale che ti eri fatta in testa. E la maggior parte delle volte è una questione che riguarda te stesso: sei tu chi ha smesso di alimentare l’illusione d’amore nell’altro.

Piccoli rancori, dispute insignificanti, solitudini non comunicate e tanti, tanti malintesi. E poi tutto ti viene addosso e si somma. Alla fine, tante frazioni ciascuna di per sé insignificante, finiscono per consumare l’innamoramento iniziale, come un capitale al quale non si aggiungono più interessi e la quotidianità lo intacca come un branco famelico di piranha, fino ad esaurirlo. L’anatocismo d’amore interrompe la produzione d’interessi e l’innamoramento cessa di respirare e di fluire, così il patrimonio d’infatuazione viene eroso quotidianamente dai piccoli screzi.

Fa male il disamore: sia se non ti amano sia se sei tu a non amare più. Quando ti stringe la disaffezione e ti brucia l’anima spellata viva dall’indifferenza, bisogna ricordarsi che nessuno può passare per la vita senza macchiarsi e senza ferirsi; perché tutto ciò che è importante ha un prezzo e dunque il dolore del disamore è il prezzo della tua capacità di amare e di quella intensità di vita allo stato puro che la passione ti offre. E poi, in tutte le rotture si impara una cosa importante: che l’amore non sta nell’altra persona, ma solo in te stesso, sei tu il soggetto che percepisce l’amore. Gli altri sono solo “oggetti” d’amore che alle volte impediscono il fluire della tua energia. Se hai amato veramente, se hai provato l’estasi, l’ebbrezza divina, i picchi più alti della beatitudine, allora tornerai ad amare. E sarai più saggio.

Trieste, 20/06/1993