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LE VITE DEGLI ALTRI


Sono stati gli anglosassoni ad innalzare le biografie a rango di letteratura. In effetti questo genere letterario piace molto soprattutto agli inglesi e viene da chiedersi perché li incanta e li diletta. Forse la tradizionale riservatezza di quel popolo li mette sotto una pressione tale che quando possono, sfociano in un tuffo a bomba dentro la vita privata delle persone. La loro mancata capacità di essere spontanei assieme al controllo ferreo che loro stessi si impongono ed al fatto che parlano poco e male dei proprio sentimenti personali, fa pensare che abbiano bisogno di scoprire nelle biografie degli altri quelle turbolenze interiori racchiuse in ogni vita, forse per sentirsi accompagnati nella propria frantumata esistenza.

Probabilmente anche il senso innato della storia che essi hanno, assieme alla passione per la ritrattistica, aiuta a capire. Affezionati alla pittura fatta di ritratti si direbbe che li appassiona la contemplazione dell’individuo, fisso e fissato dallo sguardo un po’ assorto dello spettatore, come quando a scuola si guardava intenti e rapiti la geometrica perfezione di un solido. Il ritratto resta lì, completo, assoluto, oltre la morte. Una sorta di volontà di sopravvivere, al di là della decadenza del corpo; una costanza e un impegno di formazione culturale fortemente condizionata dalla sua storia metafisica, che trascende l’oblio. Una ambizione di eternità propria di un paese imperialista fino pochi decenni fa e che voleva lasciare un impronta indelebile nel mondo, succube di una sensibilità anche conservatrice che non vuole confondere la verità inconsistente del limite umano con quella al di sopra del tempo, fatta di costumi e mentalità storicamente condizionate dall’affanno di non essere così “finiti” come gli umani.

Questa ansia di trascendenza si trasmette sempre di più. Perciò le biografie stanno cominciando a vendersi anche da noi. La morte, oggi, è più morte che un secolo fa. Un tempo ci proteggevamo con le religioni, con l’aldilà. Avevamo la vita ben definita: prima si era figli, poi adolescenti, poi fidanzati, sposi, genitori, nonni e infine cadaveri, in una linea temporale senza soluzione di continuità, un solco tracciato ben preciso che ci indicava chiaramente il nostro posto nel divenire umano. Oggi tutto questo non c’è più e la morte la vediamo sotto la lente di ingrandimento. A volte con esagerazione impressionante, altre con indifferenza davanti alla TV come se si stesse guardando un film. Morire è quasi diventato assurdo. Forse siamo più saggi e anche più liberi ma certamente più soli di fronte al caos. Per questo piacciono le biografie, perché mettono ordine nell’estensione di una vita che va dalla prima pagina fino all’ultima, dove le azioni, le felicità e le disgrazie acquisiscono un senso come se ci fosse un fato personale e fossimo predestinati a realizzare certe cose, nonostante il sospetto alle volte sconfortante di una consapevolezza irresponsabilmente assente che spiazza e disorienta perché ci dà in realtà la misura abissale e perplessa che tutto è casuale. Così, camminiamo per la vita con passo da idioti, barcollando di qua e di là ora pensando che tutto è predestinato, ora invece che tutto è un caos.

Perciò, la cosa importante in una biografia è che il personaggio biografato sia morto. Non c’è niente di peggio che uno ancora vivo poiché potrebbe confutare o contraddire o ribattere su quanto scritto, mandando in frantumi gli schemi che ci siamo fatti. Quando uno è morto è morto. La storia è definitivamente chiusa. Possiamo immaginare quello che vogliamo, possiamo servircene quale specchio dei nostri sogni. Possiamo conoscerci e riconoscerci: i timori, le ambizioni, le manie… ah! come siamo simili gli umani! Oppure possiamo sorprenderci, proprio con gli stessi timori, le stesse ambizioni e manie… ah! come siamo diversi gli umani! Il bello è questo. Le biografie sono la celebrazione del voyeurismo: ti sembra di guardare dal buco della serratura dentro un’anima. E tutto quello che vedi lo interpreti come vuoi, una esistenza prèt a porter. Ma quel che conta è che il personaggio in una certa data nasce ed in un’altra muore. Quello che c’è in mezzo è la sua vita, un’apoteosi a volte palpitante, altre ardente, talvolta appassionante, tal altra commovente. Ci viene il dubbio che dietro le nebbie di quella esistenza, si cela pure una logica.

Trieste, 30/11/1990