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CRONACA
DI UN LICENZIAMENTO ANNUNCIATO
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Odiare – è
dar troppa importanza all’odiato.
Ugo Bernasconi
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PRESENTAZIONE
Questa mia presentazione è un
piccolo sfogo soggettivo rispetto ad un racconto
che invece ho cercato di mantenere dentro i binari
di una pervicace oggettività. Scopo di
questo scritto è solo quello di denunciare
la condizione di totale abbandono in cui si trova
il management nel nostro Paese. Perciò
la narrazione presenta i fatti e li numera in
una sequenzialità crescente che a mano
a mano che i fatti stessi vanno dipanandosi si
rivelano come una sorta di thriller,
una fotografia che sviluppandosi presenta contorni
a dir poco inquietanti. Quindi ritengo che questa
storia meriti di essere divulgata in primis per
motivi politici: ho seguito le fasi del disegno
di legge sulle “Norme per favorire il
reinserimento dei lavoratori espulsi precocemente
dal mondo del lavoro” che ha avuto
come primi firmatari i Senatori Antonio Pizzinato,
Franco Bassanini ed altri sessanta e più
senatori. A loro sarà inviato il racconto
affinché accelerino l’iter parlamentare
del disegno di legge che è stata annunciata
all'Assemblea nella seduta antimeridiana del 2
luglio 2003 e deferita alla 11ma. Commissione
Permanente (lavoro e previdenza sociale) ma che
al momento non risulta che la petizione sia stata
presa in considerazione dalla Commissione competente.
La presentazione di questo disegno di legge ha
una felice sintesi: Troppo giovani per
la pensione, troppo vecchi per lavorare,
ed è in quest’ambito che vuole collocarsi
tale racconto: il mio licenziamento non è
stato un fatto isolato, anzi, mi trovo in buona
compagnia con circa un milione di persone che
in un modo o nell’altro sono stati “convinti”
a lasciare il proprio lavoro. C’è
chi è stato convinto con le buone e chi
invece no, come nel mio caso, ma questo fatto
mi ha aiutato a comprendere la portata del fenomeno
sociale che si sta vivendo. La nuova Riforma Previdenziale
non solo non tiene in alcuna considerazione il
dramma di chi già oggi si trova in difficoltà
ma, al contrario, crea i presupposti per allargare,
a partire dal 2008, la categoria dei cittadini
privi di reddito costretti ad attendere anni per
maturare il diritto alla pensione. In venti anni
l'INPDAI è passato da un rapporto da 6
a 1 tra lavoratori e pensionati, ad un rapporto
di 0,8 a 1. Rispetto a questo fenomeno di espulsione
dalle attività lavorative in crescita
così rapida e con caratteristiche preoccupanti,
tenuto conto dell'aumento dell'aspettativa media
di vita (fra le più alte del mondo), è
necessario ricercare una soluzione in una prospettiva
a medio e a lungo termine, visto che l'età
a rischio di allontanamento dalle aziende - in
particolare per le professioni di tipo medio alto
- si sta progressivamente abbassando in maniera
assai pericolosa.
Quello che mi preme ora sottolineare è
che i comportamenti basati sui licenziamenti studiati
a tavolino, pensati a freddo per risparmiare sul
personale ma non per valorizzarlo, sono quelli
che ci hanno fatto diventare i fanalini di coda
dell’Europa a livello economico e imprenditoriale.
Chi mai potrebbe avere il coraggio di muoversi,
di fare qualcosa di nuovo, nel nostro Paese? Nessuno.
Nessuno fa niente perché è l’unico
modo per non sbagliare. L’imprenditorialità
viene punita mentre viene premiato chi riesce
a dribblare i problemi, a restare sempre a galla,
a non esserne “toccato” da essi. So
bene che l’ambiente direzionale di qualsiasi
società è una sorta di campo di
battaglia perenne. La guerra nasce dalle passioni
umane, e, come diceva Platone, ad essa non ci
si sottrae perché è insita nella
natura dell’uomo cioè nella nostra
innata inclinazione alla collera ed alla prepotenza,
nella nostra ansia di affermarci ed esercitare
il predominio e la supremazia. Il moderno terreno
civile della guerra è delimitato dalla
Costituzione, dai codici civili, penali, dai contratti
collettivi di categoria, ecc.
Molto spesso i dirigenti licenziati, soprattutto
quando un’azienda viene rilevata, sono vittime
di una sorta di guerra, una contesa combattuta
con ogni tipo di armi “civili” (bugie,
trappole costruite a tavolino, scartoffie processuali)
armi improprie utilizzate da una parte (quella
più forte rappresentata dalla Società
acquirente) contro quella inerme (la dirigenza
rilevata al momento della vendita). Ma è
proprio nella disparità dei mezzi e di
potenza oltre che nella natura di questo conflitto,
così asimmetrico (parola che oggi va di
moda) che si trovano le ragioni profonde per andare
avanti, per aiutare questo nostro povero Paese.
Io sono uno dei tanti che è stato licenziato,
non sono il primo e non sarò l’ultimo.
Solo che, a mio avviso e mio malgrado, il licenziamento
è stato attuato con una tale disparità
di mezzi da sentire il dovere morale di affrontare
questa battaglia, accettarla e combatterla con
l’unica arma che mi appartiene ed appartiene
a noi tutti, che dobbiamo tenere sempre con noi
e usare senza riserve e senza timidezze: l’arma
incruenta dei pensieri espressi attraverso la
parola, attraverso le idee ed i principi che ci
distinguono dagli animali e dai vegetali.
Anche se sono stato una vittima come ce ne sono
tante, ciò non mi restituisce la dignità
perduta, né, ci può essere alcun
mezzo gaudio al mal comune. Così,
io che avevo creato la compagnia e che a detta
di tutti, egregiamente gestivo, fui accusato improvvisamente
di malagestio senza poter neppure difendermi,
neanche davanti al nuovo Consiglio di Amministrazione
in spregio all’art. 20 dello Statuto e ai
doveri degli amministratori descritto negli artt.
2391 e 2392 c.c. UN C.d.A. CHE NON HA VOLUTO ASCOLTARE
ALCUNCHE’. Adesso la verità
potrà almeno leggerla. Io ho sempre ripetuto:
“guardate che non solo mi state accusando
di cose che non ho commesso ma state dicendo che
la compagnia va male mentre è vero il contrario!
State dicendo cose che sono oggettivamente
sbagliate!”. Ho cercato di ragionare
sui numeri, sui fatti. Ma fu tutto inutile. Come
vedremo nel racconto, il sr. ES che rappresentava
la compagnia fece un’affermazione disarmante:
“la compagnia va male ed i prodotti sono
scarsi!”.
Accade spesso che l’uomo della società
acquirente che rileva la vecchia dirigenza, abbia
un comportamento da inquisitore imprenditoriale.
E’ vero che non ti dà alle fiamme,
ma è come se lo facesse. L’inquisizione
imprenditoriale usa un altro tipo di sevizie:
le bugie, le menzogne, le trappole studiate a
tavolino. E poi… c’è il tempo,
il tempo che gioca sempre a favore di chi, ricevendo
lo stipendio ogni mese, non ha fretta e lo lascia
scorrere pigramente perché ha un altro
respiro, alieno a quello personale, un respiro
per così dire “aziendale” molto
più lungo. Come quello delle grandi istituzioni,
la chiesa, lo Stato, o, in questo caso, le grandi
compagnie di assicurazioni… Nel mio caso,
gli effetti indiretti che il suo comportamento
ha avuto, è stato tale che dubito che il
CdA potrà mai vantarsene. In famiglia ci
saremmo aspettati che chi viene scelto ad occupare
un posto così alto in termini di responsabilità
tale da avere carta bianca su tutto e tutti e
quindi il potere di “buttare fuori”
chi vuole, senza dover renderne conto, fosse almeno
una persona con un minimo, non dico di umanità,
ma almeno di senso civile, di senso politico,
di capacità di guardare avanti e di capire
con chi si ha a che fare. Invece, non è
stato così. L’utilizzo di accuse
come quella che la compagnia andava male o altre
cose ancora, diventa un addebito tremendo quando
usato abilmente nei processi o quando addirittura
lo stesso tribunale ci mette (giustamente perché
non potrebbe essere altrimenti) un brutale atteggiamento
di equità che è, però, alla
base anche di una certa discriminazione, proprio
perché se hai ragione al 99,99… per
cento, il giudice come l’icona della bilancia
che segna l’imparzialità, parte sempre
dal suo sconsolante fifty-fifty, un 50
per cento di ragione a ciascuno.
Dunque, niente da fare, tocca a te risalire la
china e guadagnare ogni punto da 50 in su: oggi
guadagni un punto e finisce l’udienza 51
a 49 ma otto mesi dopo si capovolge la situazione
e sei tu a finire sotto di un punto, e così
passa il tempo… ed i pesi nella bilancia
della giustizia si spostano da una parte all’altra,
rimanendo però, mediamente, sempre in mezzo,
sempre intorno al 50 per cento di ragione ad una
parte e 50 all’altra. Alla stessa stregua
di Re Salomone che equamente decideva di tagliare
il bambino in due parti uguali.
La controparte che è forte non fa altro
che aspettare sapendo che prima o poi si imboccherà
la strada del “mettetevi d’accordo”.
A quel punto la parte avversa offre due lire in
più… et voilà… les
jeux sont faits. E infatti così accade.
Il magistrato dopo un po’ chiede con insistenza
un accordo e con questo atteggiamento irrobustisce
inavvertitamente la controparte. Questo tema è
talmente interessante che meriterebbe una trattazione
speciale: l’effetto della giustizia in una
forte asimmetria di ragioni.
Quindi la presunta imparzialità rafforza
in realtà chi non ha ragione. E siccome
in questo caso è la controparte che ha
torto, è questa a risultare rafforzata.
Ed il fatto che sia la controparte ad avere torto
non lo dico io ma, sorprendentemente, lo dirà
lo stesso GM nel processo, quando in un momento
di sincerità davanti al giudice confessa
che in realtà lui mi licenziò per
altri motivi rispetto a quelli descritti nella
lettera di licenziamento. I motivi erano del tipo
voler tenere separate le due Società quella
danni e quella vita e l’ostinazione a non
vederle come un’unica entità, ecc.
Ma come? Le compagnie non hanno capitale sociale
separato? I CdA non sono diversi? Mescolare le
gestioni non è un reato? La direttiva CEE
non obbliga ad avere due compagnie separate proprio
per evitare mescolamenti? In altre aziende il
mio comportamento sarebbe stato giudicato eroico
e avrebbe fatto scattare una promozione, invece
mi hanno comminato la pena massima: un licenziamento.
Ed il tempo che trascorre pigro fa dimenticare
tutte le confessioni, ridimensiona tutti i soprusi,
perché le parole in alcuni casi (quando
parlo o scrivo io) sono pietre ma in altri (quando
sono loro) solo piccole inezie, bazzecole insignificanti.
Così risulta che devi lottare contro un
avversario che è doppiamente favorito giacché
è forte non solo perché è
poderoso economicamente, ma perché, come
dicevo poc’anzi, godendo del fido giudiziario
del 50%, può mettere a frutto il credito
nel tempo. Come una cambiale speciale che rende
molto più del valore intrinseco del titolo
stesso perché gode di interessi privilegiati:
una specie di anatocismo giustizialista. Dato
che il tempo è alleato solo di chi è
economicamente forte, sarà sempre la controparte
che in queste condizioni non vorrà mai
accordarsi. Controparte rappresentata da persone
che non ascoltano neppure le proposte che fai
per arrivare ad una soluzione di compromesso.
Dunque, da questo racconto emerge che la nuova
gestione aziendale nel nostro Paese si è
trasformata in un campo di battaglia, una arena
dove prevale il mors tua vita mea, e
la mancanza di capacità tecnica e politica
nonché di quella capacità di misurazione
obiettiva su ciò che un dirigente ha fatto
e di come l’ha fatto, dà la percezione
netta del pantano dove le aziende sono andate
a finire.
W.M.
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