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CRONACA DI UN LICENZIAMENTO ANNUNCIATO

 
 
PREFAZIONE

Questo racconto è nato dall’invito che rivolsi al mio amico Walter Mendizza di riassumere in una pubblicazione le vicende che in questi ultimi anni gli sono capitate. La speranza è che queste pagine possano offrire al lettore un diario ragionato, non esaustivo, dei modi e dei tempi con cui le aziende prevaricano sui singoli individui. Certo, il Mendizza non ha alcuna verità nascosta da rivelare, ma solamente quella testardaggine quasi maniacale, quella capacità di indignarsi e di non accettare che cose enormi e vergognose accadano senza che i cittadini ne siano informati per capire e giudicare. Dalla riforma della Costituzione a quella dei codici civile, penale e di procedura e, perfino alla stesura del Trattato dell'Unione Europea, il nodo da sciogliere è sempre quello del corretto rapporto fra individuo e collettività in una società non solo bene ordinata, ma giusta. In questa raccolta di avvenimenti, il caso che ci espone il dott. Walter Mendizza, ancorché circoscritto nell’ambito del diritto del lavoro e civile, pone anche il problema di una giustizia “giusta”. Una giustizia che possa sottrarsi ad una lungaggine infinita, all’azione prolungata, lenta ed estenuante che è l’anticamera dell’iniquità. Una giustizia che per molti versi potrebbe e dovrebbe essere urgentemente “privatizzata” in modo da lasciare ai cittadini la possibilità liberale di gestirla anche attraverso collegi arbitrali e che dovrebbe dare più spazi di potere e influenza giudicante alle giurie popolari. E’ questo l’unico modo di velocizzare la giustizia, di toglierla dalla ragnatela statalista che la rallenta e la impantana in un mare di leggi, decreti, circolari e ordinanze che la fa apparato strumentale per pochi azzeccagarbugli invece che dispositivo di giustizia.

Il primo e più importante passo da fare è quello di riconsegnare ai cittadini il proprio diritto di essere individui: compiere un salto di qualità sul terreno della riforma complessiva della giustizia. Con queste pagine si desidera far comprendere ai cittadini che cosa c’è dietro (e dentro) una vicenda di cui nessuno ha mai sentito parlare (perché queste cose si cucinano nelle vellutate stanze imbottite dei Consigli di Amministrazione) ma di cui quasi tutti dovrebbero essere informati per i variegati aspetti anche paradossali che presenta la vicenda. La compagnia a cui ci si riferisce era una sorta di compagnia semi-statale appartenente alla galassia IRI, che è stata privatizzata (nel senso di “regalata” al privato come si intuisce leggendo la storia in queste pagine), secondo il noto modello di dissolutezza tutta italiana per il quale gli utili si privatizzano mentre le perdite si socializzano. Perciò, molti fattori trovano in questa vicenda alimento per fare dilagare la già diffusa e profonda sfiducia dell’opinione pubblica sul funzionamento dell’intero apparato produttivo nazionale. Il nostro è un Paese in cui la ricerca e l’innovazione praticamente non esistono, e perciò viene collocato quasi sempre come fanalino di coda nell’Europa. La storia che viene raccontata è la storia di un manager colpevole solo di aver fatto ricerca e innovazione e di aver voluto legare il successo dell’azienda che egli aveva creato, al suo futuro. Mendizza, dunque, merita il massimo della solidarietà, a cui, però, va aggiunta anche una indicazione ed una sollecitazione. L’indicazione è che, avendo segnalato un percorso, a questo punto è obbligato a seguirlo. All’indicazione si aggiunge la sollecitazione: che è di fare presto, senza titubanze e freni di sorta. Nella consapevolezza che l’establishment neo-conservatore è solo una piccola minoranza. La stragrande maggioranza del Paese vuole continuare a pensare che siamo un popolo ingegnoso, di inventori, di geni incompresi che magari vanno a popolare prestigiose università estere per l’atavica mancanza di fondi.

Si fa oggi un gran parlare di Far West nel nostro Belpaese. Due paroline corte e molto popolari che vanno di moda e che fanno venire in mente un mondo senza intralci e facile da capire, fatto di banditi e sceriffi, di pugni e duelli che nel fai da te del vivere quotidiano mette dentro di tutto e di più, anche la giustizia. In Italia il Far West è andato a poco a poco riferendosi a tutto: agli spot televisivi, al conflitto d’interesse, ai condoni. Alle volte ci si riferisce al Far West come quello di Napoli o delle periferie urbane, o quello della taglia leghista per favorire la cattura dell’assassino di un benzinaio “padano”, per non parlare poi del Far West degli embrioni utilizzato come tiritera, come mantra ripetuto a mo’ di cantilena chiacchierata per far passare una legge infame come quella sulla fecondazione assistita: in Italia, si dice, c’era il Far West degli embrioni o quello della provetta. Due paroline, dunque, che sono la via più breve per non chiamare tante cose con il loro vero nome a cominciare dall’illegalità nella quale siamo specialisti: mafie, camorre, ‘ndranghete e quant’altro. Interessi malavitosi in guanti bianchi e collusioni di poteri finanziari con lo zampino della politica. Ebbene, dopo tanto uso e abuso di questo Far West, stupisce un’omissione di prima grandezza, un’esclusione, una dimenticanza che riflette non tanto la disattenzione quanto piuttosto un lapsus freudiano, la clamorosa svista è quella riferita al Far West del capitalismo nostrano.

Il nostro capitalismo, reso manifesto per le continue pubbliche rivendicazioni in ogni convegno, in ogni forum, in ogni salotto televisivo, sulla propria trasparenza, sulla necessità di rinnovamento del ceto dirigente, sul bisogno di etica, sull’esigenza di valori d’impresa, di tutela sociale del risparmio, ecc. ecc. il nostro capitalismo, s’ammanta di una concezione quasi religiosa nel creare profitto per sé e ricchezza per tutti, si copre e si ricopre della difesa della libera concorrenza e del mercato. Ebbene sì, è nel nostro capitalismo che si annida il vero Far West.

Questo capitalismo che sulla carta rappresenta il fior fiore del pensiero liberale, alla prova dei fatti diventa “pre-pre”, cioè un capitalismo tanto predatorio nel comportamento quanto predicatorio nei salotti. Ecco dunque l’annoverarsi di casi come Cirio, Parmalat, Impregilo, Volare, ecc. Ecco dunque il titolo Fiat in borsa che “vola” quando gli americani sciolgono il contratto che li teneva legati, versando due miliardi di dollari. Esultano i telegiornali e titoloni sulle prime pagine dei quotidiani: tutti contenti, la classe politica e quella dirigenziale hanno festeggiato il regalo e salutato il fatto che Fiat è di nuovo italiana, quasi un tricolore da esporre alle finestre. Nessuno si chiede perché gli americani abbiano deciso di pagare quella cifra pur di non avere più niente a che fare con il nostro capitalismo pre-pre? Hanno preferito dare ancora due miliardi e cancellare l’opzione put per porre fine al master agreement, dopo che nel 2000 avevano già versato altri 2,5 miliardi di dollari per fare la joint venture. E’ chiaro che ora Fiat si trova con due miliardi “gratis” ma con il treno perso dell’internazionalizzazione e senza che ci siano condizioni di mercato per poter reggere. Com’è possibile pensare che quella boccata di ossigeno possa risollevarla senza un piano di ristrutturazione? Questi sono i problemi che pone il nostro capitalismo pre-pre, e per ogni caso che esplode chissà quanti altri non si manifestano semplicemente perché lo scoppio non è avvertito, perché la deflagrazione resta nascosta tra le pieghe dei bilanci oppure si rapinano altre ricchezze come nel caso delle compagnie in oggetto. La massima del nostro capitalismo è: “gli affari andati a buon fine, non sono mai sporchi”.

Questo scoop lascia una profonda amarezza e una grande preoccupazione: sia per quanto riguarda la giustizia (di coloro che la devono amministrare e cioè i magistrati con l’eterno irrisolto problema della responsabilità civile) sia dal punto di vista etico-manageriale con il sempre più discutibile Far West della gestione aziendale, soprattutto quando questa gestione mira ai propri interessi infischiandosene delle persone, poiché il fine, per la classe padronale del nostro capitalismo pre-pre, continua sempre a giustificare i mezzi. Certo, per dirla con Socrate “meglio essere vittima di un’ingiustizia piuttosto che commetterla” ed è questo l’unico punto di sollievo, l’unico segno di consolazione a cui il Mendizza può appellarsi: essere al di sopra di quella meschinità intellettuale e di quella mediocrità imprenditoriale della quale è stato vittima e, se possibile, al di sopra anche della giustizia, di quella giustizia che non ha saputo (o non ha potuto o non ha voluto) essere giusta, non solo e non tanto perché la giustizia non è di questo mondo, ma soprattutto perché, sacrificata sull’altare dell’imparzialità, è stata oppressa dal peggiore dei reati possibili: il sequestro della verità.

Roma, febbraio 2005
Christina Sponza