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CRONACA
DI UN LICENZIAMENTO ANNUNCIATO
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POSTFAZIONE
Ho appena finito di leggere questo piccolo
manuale tascabile a mo’ di vademecum, di
libretto di istruzioni per l’uso, che ogni
dirigente dovrebbe portarsi in tasca, a ricordarci
quanto può rivelarsi effimera la vita lavorativa
di un manager. Sono poi ritornato all’inizio
per rileggermi la presentazione e le avvertenze
che fa mio fratello. Tuttavia rileggendo le sue
ragioni “soggettive”, a cui anch’io
mi associo perché colpito indirettamente
nel cuore e nel portafoglio, devo registrare un
aspetto molto importante che passa quasi sempre
inavvertito quando si leggono o si vedono situazioni
e circostanze nelle quali uno non vorrebbe “stare
lì”. Mi riferisco all’ambiguo
stato dello spirito che coglie il lettore, quando
una storia come questa, assolutamente veritiera
in tutti i suoi raccapriccianti dettagli, viene
alla luce.
E’ stato mio nipote a segnalarmi che già
nel De Rerum Natura, Lucrezio (I secolo
a.C.) descriveva lo stato d’animo di uno
spettatore che passeggia tranquillamente mentre
il mare infuria e osserva un povero vascello che
si trova lì sballottato in alto mare. E’
uno stato d’animo incerto quello che si
vive in quei momenti, oscillante tra lo spontaneo
compatimento per l’infelice vascello fatto
sobbalzare dal vento e dalle onde ed il segreto,
intimo rallegramento, del tipo “meno male
che non accade a me”. (1) Un sottile compiacimento
che Lucrezio, in latino, descrive con magistrale
lirismo. Una situazione, questa, non diversa da
chi in macchina, lentamente avanza per potersi
avvicinare e osservare meglio un incidente stradale
che ha fatto rallentare il traffico, e far tirare
un sospiro di sollievo che lo sventurato episodio
non fosse capitato proprio a lui. Tutti abbiamo
avuto qualche volta nella vita pensieri del tipo
“bastava passare di qua due minuti prima…
e sarei stato io lì al posto di quel poveraccio…”.
Io credo che non sono neppure granché differenti
i contrastanti sentimenti che ci tengono inchiodati
al televisore quando, ad esempio, terroristi rapiscono
qualcuno in Iraq o lo decapitano.
Ci tenevo a dirlo. Credo che ci sia un comune
denominatore in tutte le tragedie grandi o piccole
che siano, che vanno dalle facce dei bombardati
a quelli rimasti in sedie a rotelle negli incidenti
stradali, oppure semplicemente di quelli che sono
stati “buttati fuori” a calci nel
sedere da un lavoro o da una posizione qualsiasi.
Storie comuni che ci riguardano. Nel caso della
compagnia e della compagnia vita, il personaggio
paracadutato, dimostrò ben presto di essere
in guerra. Solo che i dirigenti non lo sapevamo.
Era una guerra asimmetrica, come si usa dire oggi,
monodirezionale, fatta da una sola parte verso
l’altra, cioè da parte sua, pieno
di poteri, verso dirigenti, inermi. Non una guerra
dove l’uomo bracca ed è braccato
ma una guerra dove solo lui poteva braccare perché
un’altra persona gli ha dato licenza speciale
per farlo. Una specie di caccia alla volpe che
ha dell’inverosimile. Altro che mobbing.
L’angheria volontaria, pecorara e pecoreccia,
non è certo un valore per la gestione aziendale.
Non riflette né la morale né la
sapienza del vero management. E’ una cultura
che non rappresenta più nessuno, che non
ha cittadinanza nel mondo societario. In ogni
caso, il risultato è il maltrattamento
contro quelli che non hanno voluto stare a questo
gioco. E si legge in quelle affermazioni gratuite
del tipo “la compagnia ha un andamento
calante” che poi sono state messe,
incautamente, in bocca a personaggi senza l’esperienza
vissuta.
E’ questa una costante nel nostro Paese: i signori che ora lavorano nelle società rilevate, possono farlo proprio perché qualcuno prima le creò. Costoro possono comodamente poggiare i loro sederi là dove altri prima hanno costruito i posti che loro mai potranno fare perché disavvezzi a costruire cose ed i nuovi dirigenti nel nostro Paese non sono più capaci di creare alcunché, ma al massimo, solo di rilevare le gestioni create da altri, magari facendo venir fuori utili fittizi tramite il ritocco delle riserve sinistri oppure dando coperture fantasma con premi reali che però vanno a finire nelle tasche di questi dirigenti della domenica.
Appare sempre più evidente nella maggior
parte dei rilievi societari che si verificano
in Italia che la scarsa consapevolezza dei problemi
o peggio un estremismo del governo aziendale delle
società acquirenti tendano a promuovere
la forza sino a non farle conoscere altro che
la forza. Così facendo si mette la politica
a fare da segugio al mandriano militare/aziendale,
e i dirigenti locali diventano nemici da soppiantare
subito con i propri amici, diventano tutti pecore
da marchiare, bestie da tosare per il dileggio
dei vincitori.
Apprezzerei molto se qualcun altro oltre mio fratello,
qualche esperto, qualche lettore attento badasse
a farci capire di più e meglio in che senso
tutte queste storie comuni proprio perché
comuni, ci riguardano. Gradirei molto che queste
storie comuni non fossero solo e a malapena
un titolo di giornale che viene poi subito dimenticato,
perché, alla stessa stregua della giustizia,
nessuno ha il tempo di addentrarsi nei problemi
e neppure voglia di farlo preferendo i problemi
semplici a quelli complessi. Perciò ho
stimato positivamente la notizia che sono state
costituite varie associazioni che trattano questi
temi.
Credo che solo la divulgazione di casi come questo,
può in un certo senso rivelare in che modo
(e cosa si può fare per) essere uno spettatore
diverso e migliore, perché non incerto,
dall’ambiguo spettatore della spiaggia descritto
magistralmente da Lucrezio. Gery
J. Mendizza
(1) Il De rerum
natura (Sulla natura delle cose) di Lucrezio
è un poema didascalico in esametri. Composto
da sei libri, forse incompleto, e, in ogni caso,
mancante dell'ultima revisione, è dedicato
all'aristocratico Gaio Memmio, amico e patrono
di Catullo. L’inizio del Libro II recita
così: Suave, mari magno turbantibus
aequora ventis / E terra magnum alterius spectare
laborem / Non quia vexari quemquamst iucunda voluptas
/ Sed quibus ipse malis careas quia cernere suave
est... Tradotto dovrebbe significare:
E’ bello, quando i venti stanno tempestando
le acque del grande mare, guardare dalla terra
ferma i grandi sforzi di qualcuno. Non che sia
un godimento gradevole il fatto che qualcuno soffra.
Ma perché è piacevole considerare
tranquillamente quali guai vengono a te risparmiati.
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