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INTERVISTA
A WALTER MENDIZZA (by Christina
Sponza)
D. Parlando del “caso Sasa” che
tu hai vissuto sulla tua pelle, hai fatto riferimento
al c.d. Caso Italia il noto tema dei Radicali
per liberare e legalizzare l’Italia, c’è
qualche collegamento o è stata una forzatura?
R. No. Non è una forzatura.
Il “Caso Italia” sta dappertutto
intorno a noi. E più lo si conosce e
più lo si ri-conosce. Come quando da
piccoli qualcuno ti spiega come vengono al mondo
i bambini. Fino a quel momento non avevi mai
notato donne incinte, ma da quando realizzi
quella scoperta non fai altro che vederle; e
ti sembra incredibile che ce ne siano così
tante, da chiedersi dov’erano prima! Così
accade ance per il “Caso Italia”.
Ad esempio, oggi ci siamo alzati con la notizia
delle firme false raccolte per le elezioni regionali
da Alessandra Mussolini. Non è bizzarro?
Cinque anni fa Pannella e Bonino presentarono
ottantatré denuncie nelle rispettive
Procure, chiedendo che fossero sequestrate le
liste allora depositate. Lo stesso fecero Marco
Cappato e Maurizio Turco che depositarono la
denuncia alla Procura Generale. Cosa successe?
Niente. Anzi, peggio. Accadde che con la legge
n° 61 del 2004 tutto il Parlamento derubricò
il reato (da penale ad ammenda) determinandone
la prescrizione. Vedi? Si tratta di un altro
caso Italia. Ed è il primo che mi viene
in mente adesso che ho finito di ascoltare la
radio e sto parlando con te. E ce ne sono un’infinità
dietro ogni angolo. C’è da chiedersi
dov’erano quella volta i signori che oggi
puntano il dito contro le firme false? Perché
all’epoca furono accettate oltre mille
firme raccolte e autenticate in una notte, senza
che nessuno battesse ciglio?
D. Sì, certo ma questi sono casi
“politici” cosa c’entra con
il caso Sasa?
R. E’ chiaro che tutto è politico.
E non si tratta solo di una questione di dimensioni:
in altri paesi più civili e magari più
democratici questi “casi” avrebbero
ricevuto altra dignità di indagine, di
stampa o di riflessione politica e non la solita
prescrizione fatta passare di nascosto. Il merito
dei Radicali è stato quello di segnalare
e denunciare i grandi temi politici che rappresentano
il Caso Italia, come il mancato plenum nella
Camera dei Deputati e nella Corte Costituzionale
oppure la negazione del diritto all’informazione
oppure ancora sulla giustizia o sulla situazione
carceraria. Ma credo che ci sia un secondo livello
di Caso Italia che riguarda più da vicino
tutti noi ed ha a che fare con il rapporto che
il singolo individuo ha con le istituzioni,
con le persone che lo circondano, con il mondo
che gli sta attorno, con il proprio lavoro.
E’ un errore non trattare i casi personali
come tanti aspetti del Caso Italia. Un po’
come nella psicologia sociale non si trattano
casi come l’innamoramento o il rapporto
di coppia; quasi fossero troppo banali o troppo
poca cosa per assurgere al rango di ricerca
sociologica. Tuttavia credo che alla gente interessi
molto di più queste “piccole”
vicende che non i grandi sistemi dove per forza
di cose non possono identificarsi. La dimostrazione
la possiamo vedere tutti i giorni con gli strilloni
che i giornali mettono fuori per attirare l’attenzione:
annunciano solo notizie che riguardano da vicino
le persone comuni.
D. Dunque il caso Sasa come uno dei
tanti rivoli del grande fiume Caso Italia?
R. Esattamente. Io credo che la gente ha una
marea di piccoli soprusi da denunciare ma che
non lo fa per quieto vivere, per evitare rogne.
Del resto in Italia se decidi di adire alle
vie legali per piccole cose ancorché
di principio rischi di farti male due volte:
uno al portafoglio ed un altro alla verità,
che non puoi mai sapere se coinciderà
con la verità in diritto dato che in
questo Paese una cosa è avere ragione
ed un’altra è farsela dare. Proprio
ieri parlavo con uno che è stato espropriato
di un terreno da parte dalla Provincia e da
tre anni che sta aspettando il rimborso. In
questo caso la Provincia aveva dato tutta la
gestione dell’esproprio in appalto ad
una ditta privata, che era quella che doveva
costruire la strada ma anche pagare gli espropriati…
Per un piccolo terreno dal valore di dieci mila
euro non vale la pena fare una causa se non
hai una polizza di tutela giudiziaria. Così
la ditta privata può spadroneggiare e
la Provincia se ne lava le mani perché
dal punto di vista formale è a posto.
E il mio amico aspetta… Ecco un altro
piccolo Caso Italia. Ce ne sono a dozzine.
D. Perché il caso Sasa o il caso
Sasa Vita è importante?
R. Perché siamo un povero paese che crede
di essere la quinta potenza industrializzata
al mondo ma non è più così.
Navighiamo a vista e retrocediamo a vista. Il
mondo sta cambiando sotto i nostri occhi mentre
noi ci siamo seduti. E una seggiola non è
ricerca, non è innovazione. Sasa Vita
era una compagnia appena nata, un’isola
felice che cavalcava la ricerca e l’innovazione
ma non è stata lasciata vivere sulla
cresta di quel frangente, per meschini motivi
che si possono leggere nella vicenda che presento
qui nel mio sito, dal titolo “Storia di
un’ordinaria ingiustizia”. Il fatto
è che tutti i giorni sentiamo alla radio
e alla televisione l’importanza di essere
competitivi, innovativi, ecc. del calo dei consumi
interni e delle esportazioni. Insomma una sfilza
di cattive notizie che fanno da sponda a politici
scorretti che sfruttando l’ignoranza della
gente sperano di racimolare voti con panzane
tipo i dazi per i prodotti cinesi… Invece
il problema è sistemico. I governi cercano
soluzioni immediate perché così
si tranquillizza l’opinione pubblica e
quella pubblicata, ma l’effetto è
deleterio: lo sai quanta energia è necessaria
per far girare una nave se la si vuole prendere
dalla prua? Invece con una paletta di pochi
centimetri quadrati ma posta al punto giusto,
la nave gira praticamente da sola. Questo è
sistemico. Il governo ha deciso di destinare
un miliardo di euro all’anno per la competitività,
ma cosa significa? a cosa serve? Sono spiccioli
che vengono buttati via per la mancanza di una
strategia sistemica. Le ultime inchieste sull’istruzione
e ricerca ci vedono tra gli ultimi posti. L’istituto
di educazione superiore di Shanghai ha stilato
una classifica mondiale delle università
tenendo presenti parametri quali i premi Nobel
ed il numero di pubblicazioni fatte. Ebbene
per trovare l’Università Statale
di Milano bisogna scendere al 143° posto
mentre nelle prime 15 posizioni ci sono ben
13 atenei degli Stati Uniti. Ecco perché
il caso Sasa Vita è importante, perché
all’inizio, nel momento di disegnarla,
eravamo tre laureati, tutti con 110 e lode,
che hanno elaborato uno studio di fattibilità
molto dettagliato e hanno disegnato una compagnia
rivoluzionaria che aveva fatto dell’innovazione
e della ricerca il suo modus operandi. E quando
queste cose non vengono capite o vengono distorte
da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi,
per dirla alla Kipling, si mette in moto un
pericoloso meccanismo che ci porta tutti alla
deriva. Sasa Vita non è importante in
sé stessa ma è importante in quanto
è un campione rappresentativo dell’abbandono
che si registra nel nostro Paese.
D. Ti riferisci ai nuovi prodotti che
Sasa Vita aveva introdotto sul mercato?
R. Esattamente. Introdurre in un mercato maturo
come quello delle assicurazioni nuovi prodotti
non è cosa facile. Anzi, è difficilissimo.
Soprattutto se questi prodotti sono altamente
“tecnologici” e informatizzati.
Il Word Economic Forum di febbraio 2005 ha detto
che in materia di sviluppo e uso delle tecnologie
informatiche e delle telecomunicazioni, l’Italia
si trova all’ultimo posto tra i maggiori
Paesi industrializzati. Veniamo dopo la Tunisia,
la Turchia, la Giordania (!). Peggio di noi
stanno solo Giamaica e Botswana. Queste sono
cose che fanno male. Perciò il caso Sasa
Vita acquista ancora più importanza:
perché si è trattato di una sorta
di “delitto”, di un crimine assicurativo,
una scellerataggine che purtroppo non è
isolata e che sicuramente riflette quanto sta
accadendo a livello nazionale anche in altri
settori. E l’infamia non riguarda tanto
il fatto che sia stato licenziato un direttore
generale (cioè il sottoscritto) che nulla
aveva commesso ma che anzi, aveva creato una
compagnia modello da fare invidia; l’infamia
riguarda il fatto che è stata distrutta,
cancellata di proposito tutta la ricerca sui
nuovi prodotti che tanta fatica era costata
e che addirittura avevano portato alcuni dirigenti
dell’Istituto di Vigilanza a complimentarsi
con noi. Insomma, non appena si fa qualcosa
di buono nel nostro Paese, viene sempre qualcuno
ad agguantarselo, a portarsi via i meriti e,
se non ci riesce, peggio per la cosa, che verrà
disprezzata, come la volpe con l’uva.
In definitiva, per proteggere piccole rendite
di posizione di qualche satrapo paracadutato
da chissà dove, non si è saputo
far di meglio che buttare il bambino con l’acqua
sporca. Questo è il vero dramma del nostro
Paese. Hai voglia, di far ricerca e innovazione
in un ambiente così! Forse Sasa Vita
introduceva elementi di impoliticità
nella politica gessata e ingessata del mondo
assicurativo, ma se il fine consiste nel rilancio
della competitività, bisogna creare un
sistema di regole a livello nazionale che non
permetta che possano accadere queste cose.
D. Ma il sistema di regole, non c’è
già?
R. E’ vero, il sistema di regole c’è,
ma nessuno le rispetta. Dopo pochi mesi che
la SAI “comprò” il gruppo
Sasa (in realtà se la fece regalare ma
per i dettagli si rimanda alla storia) io sono
stato accusato di cattiva gestione della piccola
neonata Sasa Vita, senza potermi difendere neppure
davanti al nuovo Consiglio di Amministrazione
in spregio all’art. 20 dello Statuto ma
soprattutto in spregio ai doveri degli amministratori
descritto negli artt. 2391 e 2392 c.c. che avevano
l’obbligo di capire ciò che accadeva.
Non era possibile che fino al giorno prima venivo
applaudito ed elogiato per l’ottima gestione
e dal giorno dopo ero invece responsabile di
una cattiva gestione. La compagnia era sempre
la stessa, quindi delle due l’una: o il
CdA precedente era costituito da gente incapace
oppure lo era il nuovo. Se c’era qualcosa
che non andava, il nuovo CdA avrebbe potuto
convocarmi per eventuali chiarimenti. Ciò
non accadde. Evidentemente si trattava di un
CdA fantoccio che non voleva ascoltare alcuna
verità. Un consigliere che conosco mi
dice sempre che lui non ha mai saputo niente
della vicenda in questione in quanto i CdA di
Sasa e Sasa Vita si tengono più per formalità
aziendale che altro, dato che quando qualcuno
molto in alto dà tutti i poteri ad un
altro, quest’ultimo ne diventa pienamente
responsabile dell’uso che ne fa. Così
stanno le cose, con buona pace della responsabilità
collegiale dei Consigli di Amministrazione.
D. La responsabilità dei consiglieri
è collegiale?
R. Certo. L’etica societaria è
il pilastro sul quale poggia la realizzazione
del superiore interesse di una Società.
Ed è in tal senso che dovrebbe inquadrarsi
il complesso dei doveri degli amministratori
descritti negli artt. 2391 e 2392 c.c. Alla
luce del nuovo diritto societario è definito
con precisione che gli amministratori devono
adempiere ai loro doveri con la diligenza NON
più del mandatario bensì da quella
richiesta dalla natura dell’incarico.
Dunque è stato introdotto un connotato
di responsabilità più rigoroso
il cui termine di valutazione è paragonato
alla diligenza di tipo professionale nel quale
confluisce anche la lealtà di comportamento.
D. La legge stabilisce sanzioni?
R. In teoria sì. In pratica però…
l’art. 2631 dovrebbe punire severamente
la condotta di quegli amministratori che non
hanno osservato l’obbligo della diligenza.
E addirittura la giurisprudenza penale ritiene
che un tale reato sussista ancorché non
si sia determinato un danno per la Società.
In questa cornice normativa emerge il “rigore”
dell’impianto vigente che vede nel Consiglio
di Amministrazione la sede istituzionalmente
incaricata alla spiegazione, all’illustrazione,
alla composizione dei contrasti. E’ la
sede dove l’etica societaria è
il pilastro che sorregge l’individuazione
ed il rispetto con riferimento ad ogni fattispecie.
Belle parole ma di fatto inutili, soprattutto
per un CdA che non rappresenta tanti azionisti
ma uno solo, che non tiene conto del concreto
rapporto dialettico fra gli organi interni della
società, vale a dire, proprietà,
gestione e controllo nei confronti degli azionisti
di minoranza e dei creditori sociali, né
tiene conto di alcuna funzione delle autorità
indipendenti preposte a garantire un più
elevato grado di controllo nell'interesse del
mercato. Insomma quando hai un azionista unico
è una vera e propria iattura, perché
se ne infischia di realizzare l’interesse
sociale nel rispetto delle regole e si comporta
come un padre-padrone che diventa il tuo feudatario
ed al quale devi ubbidire accucciato sulle sue
ginocchia, per usare un’immagine non maschilista.
D. Ma perché queste sanzioni
non funzionano?
R. In primo luogo perché queste modifiche
apportate con legge n° 366/2001, ai doveri
degli amministratori sotto il profilo della
autoresponsabilità ex artt. 2391 e 2392,
sono pensate per CdA che rappresentano una pluralità
di azionisti. La riforma del diritto societario
mira a proteggere l’azionista di minoranza.
Se invece il CdA rappresenta un solo azionista,
è chiaro che il problema di proteggere
la minoranza non si pone. Dunque il CdA che
si riunisce è un CdA fantoccio che si
compone solo in maniera proforma come mi ha
confermato il Consigliere che conosco.
D. Dicevi in primo luogo per l’azionista
unico, ma c’è un secondo luogo?
R. Sì, in secondo luogo le sanzioni stabilite
dalla legge non funzionano perché quando
ti licenziano lo fanno senza che nessuno tenga
conto di una tua eventuale possibilità
di difesa. Dunque il licenziamento avviene solo
con l’arbitrio di un satrapo (che eventualmente
racconta al CdA un sacco di panzane senza riscontro
e senza possibilità di confronto). In
queste condizioni, quando imposti la causa con
un avvocato, per il solo fatto che sei stato
licenziato, diventa subito una causa di lavoro
escludendo tutti gli altri particolari, in special
modo le fattispecie descritte negli artt. 2391
e 2392 e le eventuali sanzioni dell’art.
2631. La causa di lavoro non ti permette più
di fare marcia indietro mirando ad una impostazione
diversa. Hai stabilito la causa come causa di
lavoro? Allora devi subirne le conseguenze,
soprattutto devi tenertela, senza poter “aprire”
altri fronti. Le persone licenziate normalmente
si avvalgono di avvocati del lavoro i quali
non vedono altro che cause di lavoro. E’
lapalissiano.
D. Perché pensi sia utile raccontare
una storia privata?
R. Perché serve ad aprire gli occhi,
a cercare di mettere un freno alle vicende societarie
basate sulla forza come unica arma per raggiungere
gli obiettivi sociali. Quando una cordata vincente
prende il potere, si vendica riducendo i dirigenti
non allineati all’impotenza e alla frustrazione,
cancellandoli per odio prima ancora che per
calcolo politico. Può sembrare brutale
ma è così. Questo ovviamente non
fa bene alle nostre aziende. Ed è il
motivo per il quale non solo andrebbe denunciato
ma si dovrebbe avviare anche una profonda analisi
sociologica su questi fenomeni. Oggigiorno ci
si comporta con le persone licenziate con l’omertà
che un tempo era riservato alle persone che
avevano chissà quale malattia infettiva
oppure alle donne violentate. Infatti chi subiva
una violenza raramente la denunciava proprio
perché poi si veniva additati da tutti
e perché in fondo se la disgrazia ti
è capitata, un motivo ci sarà
pure, no? Un’infamia che affonda le proprie
radici nell’ignoranza del popolino che
era alla mercé del potente di turno,
ma anche dei tribunali che allora erano profondamente
maschilisti. Si tratta di un atteggiamento da
“silenzio degli innocenti” come
in un mattatoio di pecore, che si lasciano scannare
senza fare il benché minimo belato. Un
silenzio assordante, un silenzio complice, correo
e connivente con coloro che nelle stanze dei
bottoni giocano a fare la guerra senza un briciolo
di umanità e senza che abbiano il benché
minimo interesse per l’azienda che dirigono.
D. Cosa speri di ottenere raccontando
la storia?
R. Spero di incontrare tante persone che, come
me, sono state vittime di soprusi, di avvenimenti
drammatici che riflettono fratture e tendenze
di lungo periodo del nostro povero capitalismo
che ogni giorno viene dato in pasto agli amici
o agli amici degli amici ma non alle persone
capaci. Spero di avvicinarmi ad un universo
più allargato, a chi si è già
interrogato su dove stiamo andando, a chi è
stato sacrificato da capitalisti senza capitali,
da un modello d’impresa che ha sostituito
l’etica del profitto e della responsabilità
con guerre puniche per occultare la propria
incapacità a fare alcunché. Spero
di poter avvicinare chi ha sofferto le sciagure
senza padri di grandi società, le disgrazie
di grandi banche, le disavventure di grandi
compagnie di assicurazioni. Il quadro che esce
fuori dalla Vicenda Sasa è grottesco
ed è tanto più stravagante quanto
più lo spaccato emergente pone di manifesto
la realtà stessa, che palesa e ci svela
quanto assomigliamo sempre più ad un
paese di Pulcinella: acquistati dal grande gruppo
assicurativo SAI, la Sasa ma soprattutto la
Sasa Vita diventarono all’istante un mondo
di funzioni inutili, di prodotti superati, di
burocrazie al veleno dove nessuno pensa ad un
lavoro da fare ma ad un posto da occupare. Non
importa che i prodotti di Sasa Vita fossero
talmente alla vanguardia che neppure oggi, dopo
anni dall’acquisizione, né la SAI
né nessuna altra compagnia del mercato
si è avvicinata alla straordinaria qualità
di quelli all’epoca inventati. No, non
importa niente a nessuno. Per questa ragione
ho l’obbligo morale di raccontare questa
storia, perché sono questi i veri motivi
che hanno fatto diventare il nostro Paese il
fanalino di coda in Europa, l’ultima ruota
del carro.
D. Dunque le operazioni di acquisizione
sono un fallimento?
R. Sì. Soprattutto quando l’operazione
non mira a valorizzare ciò che si ha
ma soltanto ad inglobare fatturato, a crescere
per ridurre i costi dando calci a destra e a
manca per buttar fuori il maggior numero di
persone possibile, queste sono le economie di
scala che sanno fare i nostri imprenditori:
le idee che eccellono, i prodotti che valgono,
le persone che ci hanno lavorato sopra con abnegazione
e che hanno saputo dare una scossa salvifica
a situazioni difficili, spariscono e vengono
inghiottite da chi deve sopravvivere più
di te perché è più importante
di te. Contano solo i nuovi rapporti di forza
e se tu non ci sei dentro questi rapporti, allora
sei out. In queste circostanze la compagnia
acquisita resta intrappolata tra poteri indiscutibili
e assenza di critica, imprigionata in un mondo
che sembra più l’eredità
di qualche azienda sovietica che quella di un
ente moderno fatto di competitività imprenditoriale,
ingabbiata in criteri oscuri e impenetrabili
dove il calcio nel sedere regna sovrano indipendentemente
dai risultati e dal tanto vantato liberismo.
D. In questa storia hai avuto molto da dire
anche sulla giustizia?
R. Sì, non per niente l’ho chiamata
“Storia di una ordinaria ingiustizia”.
Purtroppo ho toccato con mano le parole di Tolstoj:
“Dove c’è un tribunale, c’è
l’iniquità”. Perché
per commettere i soprusi in tutta tranquillità,
devi sapere che hai un’elevata probabilità
di passarla liscia. E comunque, nel nostro Paese,
essere accusato è già una condanna.
Chiunque abbia un minimo di conoscenza su come
funzionano i nostri tribunali non ha alcuna
difficoltà nel mettere in piedi un raggiro.
Tanto, tra sottigliezze, arzigogoli, sofismi
e cavilli vari, non se ne viene più fuori.
Ed il magistrato con l’icona dell’imparzialità
in testa, come una bilancia, parte sempre da
una variabile aleatoria equidistribuita: come
nel lancio di una moneta, dà il 50 per
cento di ragione ad una faccia ed il 50 all’altra.
Del resto, non può fare altrimenti: non
conosce la vicenda e si crogiola sul fatto che
prima o poi i contendenti si metteranno d’accordo.
D. E questo non avviene?
R. Probabilmente il mettersi d’accordo
è la stragrande maggioranza dei casi.
Perché tutto sta nel “prima o poi”,
questa è la vera chiave del busillis:
poiché “prima o poi” significa
che intanto il tempo passa e se in una udienza
ti tocca il giudice che adopera un atteggiamento
mentale di chi ascolta una discussione lontana
e che non lo riguarda, in un’altra, mesi
più tardi, lo stesso giudice può
tirare sospiri accomodanti del tipo “volemose
ben”, ed in un’altra ancora, un
anno più tardi, ti tocca vedere che si
trastulla annoiato ascoltando i ragionamenti
capziosi ora di un avvocato ora dell’altro.
Ma tutti questi casi hanno un denominatore comune:
quel “prima o poi” che non è
altro che far trascorrere il tempo aspettando
il momento in cui i contendenti si stancano
per metterli d’accordo per forza.
D.
Dunque il tempo usato come arma impropria?
R. Sì, perché il tempo è
una variabile asimmetrica che gioca solo a favore
del contendente più forte, quello che
ha tempo. Se fai causa ad un ente, ad una istituzione,
ad una società, questi hanno tutto il
tempo del mondo. Tanto, i loro rappresentanti
continuano a prendere lo stipendio. Sei tu invece
che hai sete di giustizia e senza il tuo stipendio
che ti è stato derubato la tua sete aumenta
e vorresti solo accelerare. Ma non puoi. Il
giudice aggiorna le udienze con tempi biblici
perché nulla è più intelligente
della sospensione del giudizio; è la
prima regola: essere cauti. Così si innesta
una machiavellica situazione: il giudice, stanco
di essere bilancia, si trasforma in peso.
D. Bella questa. Dunque un caso Italia
anche sulla giustizia?
R. Beh, la giustizia è per antonomasia
il caso Italia. E’ per eccellenza la madre
di tutti i casi Italia. Solo che anche in questo
frangente c’è un caso Italia, come
dire, di grande respiro: l’abolizione
dell’obbligatorietà dell’azione
penale o la separazione delle carriere dei magistrati
oppure la riforma in senso uninominale e maggioritario
del sistema elettorale del C.S.M. o la riduzione
dei termini di custodia cautelare. Insomma,
grandi temi. Tuttavia io mi riferisco, come
accennavo prima, piuttosto ad una materia più
contenuta che tocca tutti noi più da
vicino.
D. Cioè?
R. Mi riferisco ad una giustizia fatta quasi
dalla impossibilità materiale di essere
giusta, una chiara testimonianza dell’umana
stoltezza date la quantità di contraddizioni
ed errori che presenta. Voglio mettere in evidenza
il paradosso favolistico come fece Collodi:
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai gendarmi,
disse loro: ‘Quel povero diavolo è
stato derubato di quattro monete d’oro:
pigliatelo, dunque, e mettetelo in prigione!’
. Così vanno le cose anche nel mondo
reale e perciò che bisognerebbe reclamare
una iniziativa moralizzatrice a livello nazionale.
Per tutti questi motivi, l’unica forma
di giustizia che al momento vedo che si possa
attuare è quella di pubblicizzare i fatti.
Renderli noti a tutti, affinché il mondo
intero, attraverso Internet, sappia com’è
fatta la giustizia, come sono fatte le persone
che la amministrano e come sono fatti i furfanti
che di essa se ne approfittano.
D.
Pensi di creare un’associazione su questi
temi?
R. Dipenderà molto dal “successo”
di questa iniziativa. Per ora penso solo a sollevare
il coperchio del pentolone anche se ciò
significa scendere in un terreno inesplorato
dove può capitare di tutto. Dopo vedremo.
Credo che il comportamento della SAI sia stato
negatore di intelligenza, di cultura e di buon
gusto, quindi registrarlo per poi stenderne
la storia è un atto dovuto prima ancora
che politico, estetico. Probabilmente molta
gente scriverà raccontandomi le loro
personali esperienze. Io non credo, come Apollonio
di Tiana, che il silenzio sia anche logos. Caso
mai ciò vale per il silenzio interiore
che è acustica dell’anima. E questo
silenzio c’è stato tutto: ho lasciato
passare più di tre anni prima di parlare,
di scrivere, di dire come la penso. Ho dovuto
maturare la convinzione che facevo cosa buona
per tutti. Mi sono persuaso di farlo perché
si tratta di un terreno oscuro e limaccioso
quello di rimanere in religioso silenzio, un
terreno che rivela un fondo opaco idoneo ad
abusi di ogni genere. Io credo invece che si
debbano socializzare le esperienze, che si debba
parlare molto, prima di poter tacere. Se stai
zitto come chiedono tutti quelli che pensano
sia meglio che ciascuno si tenga le proprie
disavventure, fai il gioco di chi aspira ad
avere da te una sorta di muta complicità.
Se ciò dovesse accadere, credo che il
silenzio si trasformerebbe nella più
grande delle persecuzioni.
Trieste,
marzo ’05
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