MARCO
GENTILI INTERVISTA WALTER MENDIZZA
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D.:
Allora? Il giorno 8 marzo siamo venuti in tanti
per vedere il tuo processo ma sembra che la cosa
andrà per le lunghe, no?
R.: In questo Paese tutto quanto riguarda la giustizia
va per le lunghe. Con oltre 9 milioni di processi
pendenti, nessuno ha tempo per fermarsi a riflettere
per vagliare o cercare di contestualizzare l’agire
delle persone, quindi ci si aggiorna a mano a
mano che vengono le scadenze e rimandando di volta
in volta. Ad ogni modo l’allungamento dei
tempi processuali fanno diventare la giustizia
ingiusta di per sé. Il processo per la
causa di lavoro è durato quasi tre anni
e poi di colpo la giudice l’ha chiuso in
fretta e furia.
D.: In fretta e furia?
R.: Sì, veniva preavvertendolo da mesi,
era il suo modo per forzare un accordo. Una melassa
irenista le cui avvisaglie erano incominciate
quando ci aveva avvertito che al ritorno delle
vacanze non sarebbe rientrata più in magistratura
del Lavoro ma sarebbe passata al Civile. A posteriori
ho capito che quell’avvertimento era piuttosto
una diffida, un sintomo premonitore di affaticamento
e di snervamento; come ebbe a dire una volta il
poeta Ernesto Calzavara ironizzando su un giudice:
“stanco di esser bilancia … si converte
in peso”. La storia completa la si trova
qui nel mio sito. Del resto, la causa che coinvolge
il mio ex-collega, anch’egli vittima di
satrapie boscaiole, sta durando ormai da quasi
cinque anni e ancora non si intravede la fine.
In ogni caso questo nuovo processo per diffamazione
è stato spostato al 19 luglio 2006 che
però sarà un’udienza di “smistamento”.
D.: C’è poco da stare allegri…
R.: Come diceva Maurice Barret “Il senso
dell’ironia è una forte garanzia
di libertà”. Dunque la mancanza di
libertà è assenza di ironia e questo
spiega come sia possibile che anche un commento
innocuo porti a forti fastidi. Del resto se il
mio ragionamento fosse sbagliato in qualunque
punto della storia o fosse anche semplicemente
inesatto, che qualcuno me lo dimostri con un altro
ragionamento invece di sentirsi insultati come
loschi figuri attribuendomi termini e concetti
boscaioli a mezzo carte bollate degli azzeccagarbugli
di turno. Questo modo di procedere, pagando costosi
avvocati per farmi stare zitto riflette soltanto
il loro superego accecato, vogliosi di polemica
ringhiosa.
D.: Questo spiega la costituzione di parte civile
da parte dei nuovi dirigenti della tua ex compagnia?
R.: Sì, qualche mese fa c’è
stata la costituzione di parte civile con due
raccomandate da parte di uno studio legale associato
di un’altra città. L’avvocato
di controparte che si è presentato, è
un signore elegantissimo che ho intravisto in
Tribunale, dal sorriso rutilante e dalle belle
maniere nel porgersi, con una abbronzatura agostana
che contrastava con il pallido sole che stentava
a mostrarsi ed il freddo e la bora che in quei
giorni soffiava a Trieste. Un personaggio che
sembrerebbe venuto fuori direttamente da un film
di Fellini.
D.: Sì l’ho visto. Perché
due raccomandate?
R.: Una per ciascun dirigente presunto leso nel
proprio onore. Le raccomandate annunciavano la
costituzione di parte civile dei satrapi dirigenziali
e iniziavano entrambe con un affabile “Pregiatissimo
Dottore”, il superlativo assieme al Dottore
in maiuscolo ne fa una locuzione unta a vaselina
che lascia scorgere un’arte eristica raffinata
capace di ricorrere ai più sottili strumenti
dialettici, così come pure la continuazione
“Le notifico a’ sensi dell’art.
152 cod. proc. pen.,…”, dove si può
apprezzare una deliziosa elisione dal sapore aulico
che manda in visibilio e che fanno una sorta di
imperativo categorico nelle forme d’una
fulgente mitezza temprata con sommessi sfrigolìi
nella tinozza dell’ipocrisia mondana o in
quella dell’immarcescibile savoir faire
di gran … avvocato.
D.: Cosa dicono queste lettere di notifica?
R.: Le ho appena messe su internet. Non potevo
fare altrimenti. Mi ero messo il cuore in pace
dimenticando la storia e lasciando tutto fermo
come aveva indicato la giudice del ricorso per
la chiusura del sito. Tuttavia il 10 gennaio 2006
mi arriva per raccomandata questa ulteriore doccia
fredda; mi sono informato se posso pubblicarle
e la risposta è stata ovviamente di sì,
dunque le ho messe su internet. Non c’è
altra maniera per mostrare al mondo di che pasta
sono fatti i dirigenti nostrani. Lo vengo dicendo
da tempo che non per niente siamo i fanalini di
coda nella crescita industriale, nell’innovazione,
nella ricerca: coloro che fanno ricerca come il
sottoscritto e introducono sul mercato nuovi prodotti
che apportano utili, vengono presi a pedate nel
sedere… coloro che giocano al celodurismo
o al gioco della Torre, invece, fanno carriere
mirabolanti. Il problema è che il management
industriale lascia molto a desiderare, in particolare
quello delle compagnie di assicurazioni.
D.: Sì, ricordo di aver letto questa tua
opinione… ma secondo te, a cosa è
dovuto?
R.: Innanzitutto non c’è la brevettabilità
del prodotto assicurativo e quindi non c’è
interesse per fare ricerca e sviluppo proprio
per la mancanza di possibilità di sfruttamento
esclusivo del prodotto innovativo. Se inventi
qualcosa di nuovo nessuno ti dà un premio
nel mondo assicurativo, anzi. E’ successo
con me che ho introdotto la Long Term Care nel
nostro Paese e quattro anni dopo, almeno sette
compagnie lo avevano copiato mentre la compagnia
dove lavoravo, dopo la mia fuoriuscita, l’ha
prima congelato e poi congedato! La compagnia
che prima guadagnava ed era riuscita ad arrivare
al break even point con quattro anni di anticipo
con prodotti di questo tipo, ora arranca perché
vende quello che vendono tutti gli altri.
D.: E cioè?
R.: Si è messa a vendere prodotti di risparmio
come le index linked, roba da matti! Questi sono
prodotti che fanno tutti dove la concorrenza è
molto agguerrita, lo scopo è riempirsi
la bocca con fatturato perché è
l’unica cosa che si guarda: è meglio
fatturare il doppio e guadagnare la metà
piuttosto che fatturare la metà e guadagnare
il doppio. Per fortuna continuano a fare le mie
polizze di puro rischio e le collettive che assicurano
l’ossigeno necessario per andare avanti,
altrimenti avrebbero già chiuso.
D.: Poi c’è il ciclo invertito, che
cos’è?
R.: Sì, un altro motivo di management di
poco pregio risiede nel fatto che l’industria
assicurativa ha il ciclo economico invertito;
in effetti, nel mondo industriale normale prima
si sostengono i costi per produrre qualcosa e
dopo, se quello che hai prodotto ottiene il consenso
del mercato e lo vendi, hai i ricavi. Nel mondo
assicurativo così come nel mondo delle
scommesse o dei Casinò, prima si hanno
i ricavi (i c.d. premi) e dopo, molto dopo, si
sostengono i costi (sinistri). Quindi il management
gode di una sorta di cambiale temporale proprio
per il tipo di business, che offre una certa tranquillità
prima che eventualmente i nodi vengano al pettine.
Siccome alcuni dirigenti sono magmatici e cambiano
compagnia quattro o cinque volte nel corso della
loro vita lavorativa, quando i disastri cominciano
a venir fuori, chi li ha causati è già,
da molto tempo, altrove.
D.: Mi dicevi che ti hanno chiesto ben 230.000
euro?! Com’è possibile?
R.: Sì, ciascuno degli “offesi”
mi ha chiesto 115.000 euro. 15.000 per danni patrimoniali
e 100.000 per danni non patrimoniali, in tutto
230.000 euro. Quindi la cosa paradossale è
che sono passato da doverli avere questi soldi
(perciò avevo fatto causa) a doverli dare!
Simpatico, no? Il mondo che gira alla rovescia!
D.: Per aver scritto baffetti alla Clark Gable,
buzzurro e cose del genere?
R.: So che suona ridicolo ma è così.
Per questo ho riportato le due costituzioni di
parte civile. La prima volta che misi la storia
su internet, la presunta offesa era durata pochi
giorni senza che nessuno potesse leggerla giacché
mi arrivò un ricorso urgente ex art. 700
per la chiusura del sito e dunque io tolsi la
storia in attesa di sentire cosa ne pensava il
giudice. Nelle more del giudizio la riscrissi
togliendo qualche aggettivo (anche se nessuno
me l’aveva chiesto) che poteva sonare troppo
forte e la misi a disposizione del giudice, il
quale mi autorizzò a metterla su internet.
Pensavo che la cosa fosse finita lì.
D.: Invece?
R.: Invece no. Subito seguì una querela
penale per diffamazione a me e ai miei figli perché
avevo scritto una prefazione e una postfazione
a nome loro, per mostrare l’influenza sconvolgente
che un licenziamento può avere in una famiglia.
Quindi i miei tormentatori non hanno trovato di
meglio che querelare tutti quanti. Una bella dimostrazione
di quelle capacità e quelle virtù
che i manager dovrebbero avere. Tutte le persone
che conosco ed anche quelle che non conosco ma
che in qualche modo hanno sentito o letto la storia,
quando vengono a conoscenza della querela anche
nei confronti dei miei figli, li apostrofano con
epiteti irriferibili.
D.: Ma questi non sono dirigenti isolati, appartengono
ad un grande gruppo assicurativo, dunque devono
pur rispondere a qualcuno, no? Il CdA, gli azionisti,
sanno di questo loro comportamento?
R.: Non lo so e non mi interessa. Ho sempre
detto che il carattere dei personaggi lo si osserva
nel riflettersi delle azioni compiute.
La loro natura si deduce dai loro comportamento.
Non mi sorprenderei se in qualche loro improbabile
diario segreto dovessero comparire le parole de
“Lo strano caso del dottor Jekyll e del
signor Hyde” di Robert Louis Stevenson:
Nelle mie sensazioni c’era qualcosa
di insolito (…) ebbi coscienza di essere
più malvagio, dieci volte più malvagio,
incatenato come schiavo al mio male originario.
D.: Ho capito che vi hanno licenziato, chi per
giusta causa, chi per giustificato motivo, per
non pagarvi quanto vi spettava di diritto, ma
la costituzione di parte civile, a che serve?
R.: Beh, fa sentire più nel giusto chi
ti fa causa, e, soprattutto, ti mette in buona
luce nei confronti del proprio CdA, perché
è una forma di far valere i propri diritti
individuali, di dimostrare che ci sai fare. Un
modo per farsi vedere agguerriti e ostentare capacità
di ordire ordalie in un crescendo di azzardo temerario.
Queste sono le caratteristiche che contano e che
deve avere il management nostrano, altro che fare
nuovi prodotti o aprire nuovi mercati!
D.: Scusa, fammi capire: tu non avevi messo nomi
quando hai scritto la storia, ma ora se metti
su internet la costituzione di parte civile, i
nomi ci sono, no? E anche gli indirizzi, luoghi
di nascita, ecc.
R.: Sì. Per questo non capisco, nella storia
non c’erano (e non ci sono) nomi, ma solo
iniziali. La cosa poteva finire lì: loro
avevano vinto la causa di lavoro ed io avevo scritto
la storia. Punto. Scrivere serve ad aiutare altre
persone, il mobbing pervicace è una questione
seria e di cogente attualità. Mi sfugge
davvero perché dopo tanto tempo abbiano
deciso di costituirsi parte civile nel processo
penale. In questo documento, oltre ai loro nomi
e cognomi, figurano tutte le presunte frasi diffamatorie.
Peraltro, figurano tutte assieme, basta cliccare
sulla “costituzione di parte civile”
. Prima almeno, per trovare qualche aggettivo
gustoso bisognava leggere parecchie pagine della
storia, ora invece, uno può divertirsi
direttamente su una scelta fatta da loro stessi,
tutte condensate in un paio di pagine. Una sorta
di Selezione del Reader’s Digest che ha
il sapore di harakiri.
D.: Una dimostrazione di scarsa intelligenza politica?
R.: L’avevo presagito con largo anticipo
dicendo e scrivendo che alle tre scimmiette (non
vedo, non sento, non parlo) bisognava aggiungere
una quarta: non penso. Perché delle due,
l’una: o chi fa una cosa del genere potrebbe
avere lo spessore intellettuale di una verruca,
oppure, non era vero che le frasi incriminate
dessero fastidio, ma era solo una occasione per
mostrare al proprio CdA di essere sergenti prussiani,
ovvero capaci di spietatezza e di crudeltà
fine a sé stessa, di cattiveria feroce
e disumana, avvezza all’oltranzismo più
insensibile.
D.: Mi sembra piuttosto una manovra da kamikaze
che potrebbe trascinare la compagnia in un vero
e proprio campo minato…
R.: No. Non credo. Il CdA ha già mostrato
il suo carattere. Le cause potevano essere un
espediente per nascondere al proprio C.d.A. un
comportamento immorale. Questo spiega l’improvviso
ricorso seguito dalle tre querele penali, fatte
allo scopo di intimorirmi e di imbavagliarmi.
Sono certo che i CdA conoscono bene la vicenda
e sanno che non è possibile costringermi
al silenzio, obbligarmi a tacere, perché
non ho mai detto bugie ed ho sempre sostenuto
la verità anche se ciò non ha alcun
valore legale. Il Consiglio di Amministrazione
si è comportato in modo NON ETICO, dispiace
dirlo ma è così e nessuno vorrà
mai assumersi la propria responsabilità
sulla vicenda. Comunque nessun campo minato.
D: No, intendevo dire “campo minato”
nel senso che la malvagità fine a se stessa
rischia di rivoltarsi contro, anche se capisco
che nessuno voglia sentirsi dire di aver avuto
un comportamento immorale.
R: Sì, soprattutto le persone che sono
dentro il Consiglio. Io ho solo sostenuto la verità
sulla compagnia che avevo creato e che egregiamente
gestivo. Fui accusato di malagestio e di cattiva
relazione con gli altri dirigenti al solo scopo
di eliminarmi senza poter neppure difendermi neanche
davanti al nuovo Consiglio di Amministrazione
in spregio all’art. 20 dello Statuto e ai
doveri degli amministratori descritto negli artt.
2391 e 2392 c.c.. Come ho già detto: un
CdA fantoccio che evidentemente non voleva ascoltare
alcuna verità. Prima che la compagnia fosse
venduta, io presenziavo tutti i CdA della vecchia
proprietà. Dopo la vendita non fui chiamato
neppure una volta. Se questo non è immorale…
Poi, una giudice superficiale che ha voluto portare
avanti la strategia del “volemose ben e
metteve d’accordo” ha fatto il resto.
D.: Come intendi difenderti nella causa penale?
R.: Ho già presentato una memoria di difesa.
Non ho motivo di cercare una difesa che non sia
la sola verità dei fatti. Dopodiché
se il giudice vorrà condannarmi, accetterò
anche questa ipotesi senza batter ciglio. Se dare
a uno del “dandy” o del “satrapo
mesopotamico” è una diffamazione
accoglierò la sentenza e, casomai, mi farò
promotore di un dizionario del politically correct
in modo che chiunque desideri scrivere su un’altra
persona possa attingere le parole a piene mani
senza dover spiegare che “buzzurro”
significa anche “forestiero” e incorrere
nel tritacarne della giustizia.
D.: Ho sentito dire che non è diffamazione
quando si fa riferimento agli organi sessuali?
R.: Non so. Anch’io ho sentito questa ma
credo sia una bufala, ad ogni modo si tratta di
un discorso complesso per i problemi di contemperamento
e bilanciamento dialettico di diritti di eguale
rango: il diritto all’informazione ed il
diritto della personalità. Dunque l’esposizione
dei fatti deve essere civile e non trascendere
in apprezzamenti gratuiti e strumentali attacchi
personali; cosa che mi sono sempre guardato dal
fare. Se a uno che è stato condannato per
furto gli dai del ladro, lo stai comunque diffamando.
Da una sentenza recente abbiamo appreso che dire
“sporco negro” è anche diffamazione,
mentre sembrerebbe, come dicevi tu, che il riferimento
agli organi sessuali non lo sia. Se ciò
fosse vero si potrebbe dire a uno che è
un “testa di c…” o che ha una
“faccia da cu..” anche se in quest’ultimo
caso bisognerebbe dimostrare che il cu.. sia un
organo sessuale…
D.: Ha, ha… buona questa!
R.: Al di là della battuta, gli avvocati
dicono che affinché ci sia diffamazione
è importante il contesto nel quale ci si
muove. Se la presunta frase offensiva è
fatta gratuitamente e senza alcun nesso, è
una cosa, se invece è motivata, allora
è un’altra cosa. Se vado per strada
e a uno che non conosco gli do del rutilante
imenottero oppure del decerebrato
leccapiedi è diverso dal farlo
in un contesto di cinquanta pagine dove prima
spiego perché e per come a quell’individuo
e non ad altri ho dato del rutilante imenottero
o del decerebrato leccapiedi. Spetta comunque
al giudice decidere. Ad esempio (e lo riporto
nella storia) io sono stato accusato di aver detto
ad uno dei signori che era un MONA. Tuttavia questa
eventualità è impossibile perché
non parlo il dialetto triestino e nessuno mi ha
mai potuto sentir dire quella parola che, in ogni
caso, in spagnolo (la mia lingua madre) si riferisce
ad una cosa bella, carina.
D.: E glielo hai detto al giudice del lavoro?
R.: Sì, certo. Ma la giudice, come già
dissi, non ritenne importante la cosa. Come del
resto nessuna delle accuse fattemi e che poi si
sono rivelate false. Ma come? Dico io, ti dimostro
che uno sta mentendo e si inventa tutto e non
lo si ritiene importante? Mah! Come diceva Schopenhauer
“ogni uomo confonde i limiti del suo campo
visivo con i confini del mondo” perciò
quando vedo le reazioni spropositate farsi largo
a suon di ricorsi, le rappresaglie irose di vedersi
“fotografati” su internet, quando
vedo che i carnefici se la prendono con le vittime,
gli aguzzini con i perseguitati, i seviziatori
con gli oppressi, senza che ciò susciti
scandalo, mi sento assediato dal mondo di Lilliput.
Martin L. King disse una volta: la cosa peggiore
non è la violenza degli uomini malvagi
ma il silenzio degli uomini onesti.
D.: Mi dicevi che non ti hanno restituito le tue
cose?
R.: Sì è vero, da quando sono uscito
quattro anni fa, ho fatto diverse volte richiesta
che mi restituissero gli oggetti personali, i
libri, i vestiti, le scarpe e soprattutto i miei
quadri che hanno anche un certo valore. Ma siccome
nessuno segue la cosa perché in un’azienda
non c’è chi si responsabilizza per
le questioni che non fanno parte dei processi
amministrativi, allora non vengono mai affrontate.
E’ il problema di tutte le istituzioni.
Figurati, glielo avevo detto due volte anche al
mio avvocato che disse che ne avrebbe parlato
con la controparte… e invece, niente.
D.: Beh, ti hanno “privato” delle
tue cose… alcuni quadri tuoi so che valgono,
no?
R.: Diciamo che nei miei confronti è avvenuta
una sorta di “distrazione”: dato che
in una azienda non si responsabilizza nessuno
per cose non amministrative, è facile distrarsi.
Per quanto riguarda i miei quadri, facevano parte
di una esposizione ed il critico d’arte
Carlo Milic li aveva valutati qualche anno fa
intorno ai 5.000 euro ciascuno. Se poi ci mettiamo
le cornici pregiate…
D.: Ma dato che tu sei uno che fa politica attiva,
dovrebbe essere normale poter usare epiteti forti,
no?
R.: Di solito ai politici si lascia più
briglia sciolta perché hanno bisogno di
comunicare le proprie posizioni senza essere eccessivamente
edulcorati. Limare costantemente gli spigoli in
una comunicazione non aiuta a comprendere le proprie
posizioni. Tuttavia ci tengo a dire che io non
ho mai voluto offendere nessuno. Se guardiamo
ciò che scrivono i giornali contro alcuni
politici, non vedo dove potrei aver diffamato
qualcuno. A meno che l’ego di questi signori
non si ritenga più importante, che ne so,
del Presidente del Consiglio, della qual cosa
non ho alcun dubbio ma allora consiglierei piuttosto
una visita psichiatrica. Le espressioni “dandy”,
“capelli impomatati”, “dire
corbellerie”, “far arrossire un pomodoro
da sugo”, “elefante in una cristalleria”,
ecc. sono assolutamente normali in qualsiasi contesto.
D.: Certo, che messa così… viene
da chiedersi dove andremo a finire?!
R.: Sì, se queste espressioni dovessero
risultare diffamanti e ledere l’onore e
la reputazione di questi satrapi anche quando
tu dimostri che sono loro ad aver usato espressioni
false e menzognere nei tuoi confronti, ad aver
detto il falso sapendo di mentire, allora siamo
fritti! I boriosi hanno vinto. Possiamo spegnere
la luce… Io voglio solo denunciare quella
cultura, arrogante, profana, altera e superba.
Quella cultura manageriale presuntuosa, da inquisitori
dell’imprenditoria, vanitosa e altezzosa.
Come già dissi in altre occasioni, la nostra
è una dirigenza così abbietta, così
empia, indecente e antiliberale, che mi chiedo
se non si trovi lì, celato, il germe del
più detestabile dei totalitarismi.
D.: Totalitarismo?
R.: Sì, totalitarismo imprenditoriale.
Ciò si vede nell’assoluta intolleranza
all'illuminismo che dichiarò come suo principio
essenziale ed altissimo il "non sono d'accordo
con le tue idee, ma sono disposto a morire perché
tu possa esprimerle". Invece per alcuni nostri
irascibili e stizzosi dirigenti è proprio
l’opposto: “è vero quello che
pensi ma sono disposto ad massacrarti se lo vuoi
esprimere”. La famosa frase di Ennio Flaiano
dipinge bene la situazione: “cretini
illuminati da lampi di imbecillità”.
D.: Ripetere la frase di un altro non è
diffamazione?
R.: No. Non lo è. Anche perché mi
riferisco in generale e non faccio nomi e cognomi.
Ad esempio potrei dire che i dirigenti nel nostro
Paese “hanno lo spirito terrazzaro che si
manifesta nella forma cialtrona dell’interdizione
al pensiero altrui, nel rifiuto delle domande
vere, nella miserabile preconfezione di risposte
false e svianti” oppure ancora: “che
non ti rispondono nel merito, svillaneggiano con
comportamenti teppistici il tema sollevato, fanno
propaganda della loro fede con mentalità
prigioniera, spirito ripugnante di setta, volontà
di chiudere anziché aprire ogni vera discussione.
Bisogna imparare a disprezzarli questi bolsi,
cultori del presente e banditori asini e inconsapevoli
del nichilismo da salotto. Questi bastardi.”.
Queste sono frasi di Giuliano Ferrara prese da
Il Foglio di oggi, che posso riportare in tutta
tranquillità.
D.: Quindi mi pare di capire che secondo te, l’anomalia
del nostro Paese sta proprio nella classe dirigente?
R: La grossa anomalia istituzionale del nostro
Paese risiede nella classe dirigente che non innova,
non fa ricerca, non produce qualità ma
cerca di avere leggi che permettano di abbassare
ulteriormente il costo del lavoro. Solo che competere
con paesi che hanno costi fino a cinquanta volte
inferiori ai nostri, è stupido perché
non c’è partita. D’altra parte
la classe dirigente che è votata solo a
ridurre l’occupazione facendo licenziamenti,
si preoccupa solo di occupare poltrone per sé
invece di fare il proprio mestiere immettendo
sul mercato prodotti di qualità. Questo
vale anche per la classe politica. Come già
ebbi modo di dire, sia le aziende, sia i partiti
politici, sono in alcuni casi interamente illuminati
da questi vanagloriosi manager che splendono di
mediocrità all’insegna della trionfale
sventura di coloro che li dirigono e di quanti
per giungere a comandare hanno piegato il groppone.
Non c’è da meravigliarsi se al potere
ci arrivano curvi, e se l’abitudine di curvarsi
li rende inabili a far cosa diritta.
D.: Dal punto di vista politico, ritieni che quello
che ti è successo possa essere utile alla
Rosa nel Pugno?
R.: Direi proprio di sì. Portare la propria
esperienza vissuta nell’alveo politico è
una cosa che ritengo meritoria. E’ l’unico
modo per essere convintamene sincero delle cose
che si realizzano, altrimenti si rischia di fare
come alcuni politici progressisti che fra un rutto
e una tartina di caviale, denunciano la fame nel
mondo. Bisogna prendere ad esempio Luca Coscioni,
che ha voluto fare del suo fisico, del suo corpo,
della sua malattia, un’arma ideale di politica
attiva per milioni di persone che, solo in Italia,
avranno bisogno di quell’assistenza, di
quella ricerca, di quella libertà di cura
per le quali Luca si batteva. Nel mio caso, desidero
creare un punto di riferimento per la bonifica
delle istituzioni e delle imprese, tale che la
classe dirigente si emendi di certi vizi che la
fanno una satrapia corrotta e corruttrice dalla
quale è impossibile uscirne. Perciò
la cosa più importante è informare
la gente e perciò metto sul web quanto
mi è successo, che rimanga registrato nel
bestiario internet e consegnato per sempre a futura
memoria. |
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