home page
 
 
 
 
 

info@waltermendizza.it  
 



MARCO GENTILI INTERVISTA WALTER MENDIZZA

 



 
 
D.: Allora? Il giorno 8 marzo siamo venuti in tanti per vedere il tuo processo ma sembra che la cosa andrà per le lunghe, no?
R.: In questo Paese tutto quanto riguarda la giustizia va per le lunghe. Con oltre 9 milioni di processi pendenti, nessuno ha tempo per fermarsi a riflettere per vagliare o cercare di contestualizzare l’agire delle persone, quindi ci si aggiorna a mano a mano che vengono le scadenze e rimandando di volta in volta. Ad ogni modo l’allungamento dei tempi processuali fanno diventare la giustizia ingiusta di per sé. Il processo per la causa di lavoro è durato quasi tre anni e poi di colpo la giudice l’ha chiuso in fretta e furia.

D.: In fretta e furia?
R.: Sì, veniva preavvertendolo da mesi, era il suo modo per forzare un accordo. Una melassa irenista le cui avvisaglie erano incominciate quando ci aveva avvertito che al ritorno delle vacanze non sarebbe rientrata più in magistratura del Lavoro ma sarebbe passata al Civile. A posteriori ho capito che quell’avvertimento era piuttosto una diffida, un sintomo premonitore di affaticamento e di snervamento; come ebbe a dire una volta il poeta Ernesto Calzavara ironizzando su un giudice: “stanco di esser bilancia … si converte in peso”. La storia completa la si trova qui nel mio sito. Del resto, la causa che coinvolge il mio ex-collega, anch’egli vittima di satrapie boscaiole, sta durando ormai da quasi cinque anni e ancora non si intravede la fine. In ogni caso questo nuovo processo per diffamazione è stato spostato al 19 luglio 2006 che però sarà un’udienza di “smistamento”.

D.: C’è poco da stare allegri…

R.: Come diceva Maurice Barret “Il senso dell’ironia è una forte garanzia di libertà”. Dunque la mancanza di libertà è assenza di ironia e questo spiega come sia possibile che anche un commento innocuo porti a forti fastidi. Del resto se il mio ragionamento fosse sbagliato in qualunque punto della storia o fosse anche semplicemente inesatto, che qualcuno me lo dimostri con un altro ragionamento invece di sentirsi insultati come loschi figuri attribuendomi termini e concetti boscaioli a mezzo carte bollate degli azzeccagarbugli di turno. Questo modo di procedere, pagando costosi avvocati per farmi stare zitto riflette soltanto il loro superego accecato, vogliosi di polemica ringhiosa.

D.: Questo spiega la costituzione di parte civile da parte dei nuovi dirigenti della tua ex compagnia?

R.: Sì, qualche mese fa c’è stata la costituzione di parte civile con due raccomandate da parte di uno studio legale associato di un’altra città. L’avvocato di controparte che si è presentato, è un signore elegantissimo che ho intravisto in Tribunale, dal sorriso rutilante e dalle belle maniere nel porgersi, con una abbronzatura agostana che contrastava con il pallido sole che stentava a mostrarsi ed il freddo e la bora che in quei giorni soffiava a Trieste. Un personaggio che sembrerebbe venuto fuori direttamente da un film di Fellini.

D.: Sì l’ho visto. Perché due raccomandate?

R.: Una per ciascun dirigente presunto leso nel proprio onore. Le raccomandate annunciavano la costituzione di parte civile dei satrapi dirigenziali e iniziavano entrambe con un affabile “Pregiatissimo Dottore”, il superlativo assieme al Dottore in maiuscolo ne fa una locuzione unta a vaselina che lascia scorgere un’arte eristica raffinata capace di ricorrere ai più sottili strumenti dialettici, così come pure la continuazione “Le notifico a’ sensi dell’art. 152 cod. proc. pen.,…”, dove si può apprezzare una deliziosa elisione dal sapore aulico che manda in visibilio e che fanno una sorta di imperativo categorico nelle forme d’una fulgente mitezza temprata con sommessi sfrigolìi nella tinozza dell’ipocrisia mondana o in quella dell’immarcescibile savoir faire di gran … avvocato.

D.: Cosa dicono queste lettere di notifica?

R.: Le ho appena messe su internet. Non potevo fare altrimenti. Mi ero messo il cuore in pace dimenticando la storia e lasciando tutto fermo come aveva indicato la giudice del ricorso per la chiusura del sito. Tuttavia il 10 gennaio 2006 mi arriva per raccomandata questa ulteriore doccia fredda; mi sono informato se posso pubblicarle e la risposta è stata ovviamente di sì, dunque le ho messe su internet. Non c’è altra maniera per mostrare al mondo di che pasta sono fatti i dirigenti nostrani. Lo vengo dicendo da tempo che non per niente siamo i fanalini di coda nella crescita industriale, nell’innovazione, nella ricerca: coloro che fanno ricerca come il sottoscritto e introducono sul mercato nuovi prodotti che apportano utili, vengono presi a pedate nel sedere… coloro che giocano al celodurismo o al gioco della Torre, invece, fanno carriere mirabolanti. Il problema è che il management industriale lascia molto a desiderare, in particolare quello delle compagnie di assicurazioni.

D.: Sì, ricordo di aver letto questa tua opinione… ma secondo te, a cosa è dovuto?

R.: Innanzitutto non c’è la brevettabilità del prodotto assicurativo e quindi non c’è interesse per fare ricerca e sviluppo proprio per la mancanza di possibilità di sfruttamento esclusivo del prodotto innovativo. Se inventi qualcosa di nuovo nessuno ti dà un premio nel mondo assicurativo, anzi. E’ successo con me che ho introdotto la Long Term Care nel nostro Paese e quattro anni dopo, almeno sette compagnie lo avevano copiato mentre la compagnia dove lavoravo, dopo la mia fuoriuscita, l’ha prima congelato e poi congedato! La compagnia che prima guadagnava ed era riuscita ad arrivare al break even point con quattro anni di anticipo con prodotti di questo tipo, ora arranca perché vende quello che vendono tutti gli altri.

D.: E cioè?

R.: Si è messa a vendere prodotti di risparmio come le index linked, roba da matti! Questi sono prodotti che fanno tutti dove la concorrenza è molto agguerrita, lo scopo è riempirsi la bocca con fatturato perché è l’unica cosa che si guarda: è meglio fatturare il doppio e guadagnare la metà piuttosto che fatturare la metà e guadagnare il doppio. Per fortuna continuano a fare le mie polizze di puro rischio e le collettive che assicurano l’ossigeno necessario per andare avanti, altrimenti avrebbero già chiuso.

D.: Poi c’è il ciclo invertito, che cos’è?

R.: Sì, un altro motivo di management di poco pregio risiede nel fatto che l’industria assicurativa ha il ciclo economico invertito; in effetti, nel mondo industriale normale prima si sostengono i costi per produrre qualcosa e dopo, se quello che hai prodotto ottiene il consenso del mercato e lo vendi, hai i ricavi. Nel mondo assicurativo così come nel mondo delle scommesse o dei Casinò, prima si hanno i ricavi (i c.d. premi) e dopo, molto dopo, si sostengono i costi (sinistri). Quindi il management gode di una sorta di cambiale temporale proprio per il tipo di business, che offre una certa tranquillità prima che eventualmente i nodi vengano al pettine. Siccome alcuni dirigenti sono magmatici e cambiano compagnia quattro o cinque volte nel corso della loro vita lavorativa, quando i disastri cominciano a venir fuori, chi li ha causati è già, da molto tempo, altrove.

D.: Mi dicevi che ti hanno chiesto ben 230.000 euro?! Com’è possibile?

R.: Sì, ciascuno degli “offesi” mi ha chiesto 115.000 euro. 15.000 per danni patrimoniali e 100.000 per danni non patrimoniali, in tutto 230.000 euro. Quindi la cosa paradossale è che sono passato da doverli avere questi soldi (perciò avevo fatto causa) a doverli dare! Simpatico, no? Il mondo che gira alla rovescia!

D.: Per aver scritto baffetti alla Clark Gable, buzzurro e cose del genere?

R.: So che suona ridicolo ma è così. Per questo ho riportato le due costituzioni di parte civile. La prima volta che misi la storia su internet, la presunta offesa era durata pochi giorni senza che nessuno potesse leggerla giacché mi arrivò un ricorso urgente ex art. 700 per la chiusura del sito e dunque io tolsi la storia in attesa di sentire cosa ne pensava il giudice. Nelle more del giudizio la riscrissi togliendo qualche aggettivo (anche se nessuno me l’aveva chiesto) che poteva sonare troppo forte e la misi a disposizione del giudice, il quale mi autorizzò a metterla su internet. Pensavo che la cosa fosse finita lì.

D.: Invece?

R.: Invece no. Subito seguì una querela penale per diffamazione a me e ai miei figli perché avevo scritto una prefazione e una postfazione a nome loro, per mostrare l’influenza sconvolgente che un licenziamento può avere in una famiglia. Quindi i miei tormentatori non hanno trovato di meglio che querelare tutti quanti. Una bella dimostrazione di quelle capacità e quelle virtù che i manager dovrebbero avere. Tutte le persone che conosco ed anche quelle che non conosco ma che in qualche modo hanno sentito o letto la storia, quando vengono a conoscenza della querela anche nei confronti dei miei figli, li apostrofano con epiteti irriferibili.

D.: Ma questi non sono dirigenti isolati, appartengono ad un grande gruppo assicurativo, dunque devono pur rispondere a qualcuno, no? Il CdA, gli azionisti, sanno di questo loro comportamento?

R.: Non lo so e non mi interessa. Ho sempre detto che il carattere dei personaggi lo si osserva nel riflettersi delle azioni compiute. La loro natura si deduce dai loro comportamento. Non mi sorprenderei se in qualche loro improbabile diario segreto dovessero comparire le parole de “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson: Nelle mie sensazioni c’era qualcosa di insolito (…) ebbi coscienza di essere più malvagio, dieci volte più malvagio, incatenato come schiavo al mio male originario.

D.: Ho capito che vi hanno licenziato, chi per giusta causa, chi per giustificato motivo, per non pagarvi quanto vi spettava di diritto, ma la costituzione di parte civile, a che serve?

R.: Beh, fa sentire più nel giusto chi ti fa causa, e, soprattutto, ti mette in buona luce nei confronti del proprio CdA, perché è una forma di far valere i propri diritti individuali, di dimostrare che ci sai fare. Un modo per farsi vedere agguerriti e ostentare capacità di ordire ordalie in un crescendo di azzardo temerario. Queste sono le caratteristiche che contano e che deve avere il management nostrano, altro che fare nuovi prodotti o aprire nuovi mercati!

D.: Scusa, fammi capire: tu non avevi messo nomi quando hai scritto la storia, ma ora se metti su internet la costituzione di parte civile, i nomi ci sono, no? E anche gli indirizzi, luoghi di nascita, ecc.

R.: Sì. Per questo non capisco, nella storia non c’erano (e non ci sono) nomi, ma solo iniziali. La cosa poteva finire lì: loro avevano vinto la causa di lavoro ed io avevo scritto la storia. Punto. Scrivere serve ad aiutare altre persone, il mobbing pervicace è una questione seria e di cogente attualità. Mi sfugge davvero perché dopo tanto tempo abbiano deciso di costituirsi parte civile nel processo penale. In questo documento, oltre ai loro nomi e cognomi, figurano tutte le presunte frasi diffamatorie. Peraltro, figurano tutte assieme, basta cliccare sulla “costituzione di parte civile” . Prima almeno, per trovare qualche aggettivo gustoso bisognava leggere parecchie pagine della storia, ora invece, uno può divertirsi direttamente su una scelta fatta da loro stessi, tutte condensate in un paio di pagine. Una sorta di Selezione del Reader’s Digest che ha il sapore di harakiri.

D.: Una dimostrazione di scarsa intelligenza politica?

R.: L’avevo presagito con largo anticipo dicendo e scrivendo che alle tre scimmiette (non vedo, non sento, non parlo) bisognava aggiungere una quarta: non penso. Perché delle due, l’una: o chi fa una cosa del genere potrebbe avere lo spessore intellettuale di una verruca, oppure, non era vero che le frasi incriminate dessero fastidio, ma era solo una occasione per mostrare al proprio CdA di essere sergenti prussiani, ovvero capaci di spietatezza e di crudeltà fine a sé stessa, di cattiveria feroce e disumana, avvezza all’oltranzismo più insensibile.

D.: Mi sembra piuttosto una manovra da kamikaze che potrebbe trascinare la compagnia in un vero e proprio campo minato…

R.: No. Non credo. Il CdA ha già mostrato il suo carattere. Le cause potevano essere un espediente per nascondere al proprio C.d.A. un comportamento immorale. Questo spiega l’improvviso ricorso seguito dalle tre querele penali, fatte allo scopo di intimorirmi e di imbavagliarmi. Sono certo che i CdA conoscono bene la vicenda e sanno che non è possibile costringermi al silenzio, obbligarmi a tacere, perché non ho mai detto bugie ed ho sempre sostenuto la verità anche se ciò non ha alcun valore legale. Il Consiglio di Amministrazione si è comportato in modo NON ETICO, dispiace dirlo ma è così e nessuno vorrà mai assumersi la propria responsabilità sulla vicenda. Comunque nessun campo minato.

D: No, intendevo dire “campo minato” nel senso che la malvagità fine a se stessa rischia di rivoltarsi contro, anche se capisco che nessuno voglia sentirsi dire di aver avuto un comportamento immorale.

R: Sì, soprattutto le persone che sono dentro il Consiglio. Io ho solo sostenuto la verità sulla compagnia che avevo creato e che egregiamente gestivo. Fui accusato di malagestio e di cattiva relazione con gli altri dirigenti al solo scopo di eliminarmi senza poter neppure difendermi neanche davanti al nuovo Consiglio di Amministrazione in spregio all’art. 20 dello Statuto e ai doveri degli amministratori descritto negli artt. 2391 e 2392 c.c.. Come ho già detto: un CdA fantoccio che evidentemente non voleva ascoltare alcuna verità. Prima che la compagnia fosse venduta, io presenziavo tutti i CdA della vecchia proprietà. Dopo la vendita non fui chiamato neppure una volta. Se questo non è immorale… Poi, una giudice superficiale che ha voluto portare avanti la strategia del “volemose ben e metteve d’accordo” ha fatto il resto.

D.: Come intendi difenderti nella causa penale?

R.: Ho già presentato una memoria di difesa. Non ho motivo di cercare una difesa che non sia la sola verità dei fatti. Dopodiché se il giudice vorrà condannarmi, accetterò anche questa ipotesi senza batter ciglio. Se dare a uno del “dandy” o del “satrapo mesopotamico” è una diffamazione accoglierò la sentenza e, casomai, mi farò promotore di un dizionario del politically correct in modo che chiunque desideri scrivere su un’altra persona possa attingere le parole a piene mani senza dover spiegare che “buzzurro” significa anche “forestiero” e incorrere nel tritacarne della giustizia.

D.: Ho sentito dire che non è diffamazione quando si fa riferimento agli organi sessuali?

R.: Non so. Anch’io ho sentito questa ma credo sia una bufala, ad ogni modo si tratta di un discorso complesso per i problemi di contemperamento e bilanciamento dialettico di diritti di eguale rango: il diritto all’informazione ed il diritto della personalità. Dunque l’esposizione dei fatti deve essere civile e non trascendere in apprezzamenti gratuiti e strumentali attacchi personali; cosa che mi sono sempre guardato dal fare. Se a uno che è stato condannato per furto gli dai del ladro, lo stai comunque diffamando. Da una sentenza recente abbiamo appreso che dire “sporco negro” è anche diffamazione, mentre sembrerebbe, come dicevi tu, che il riferimento agli organi sessuali non lo sia. Se ciò fosse vero si potrebbe dire a uno che è un “testa di c…” o che ha una “faccia da cu..” anche se in quest’ultimo caso bisognerebbe dimostrare che il cu.. sia un organo sessuale…

D.: Ha, ha… buona questa!

R.: Al di là della battuta, gli avvocati dicono che affinché ci sia diffamazione è importante il contesto nel quale ci si muove. Se la presunta frase offensiva è fatta gratuitamente e senza alcun nesso, è una cosa, se invece è motivata, allora è un’altra cosa. Se vado per strada e a uno che non conosco gli do del rutilante imenottero oppure del decerebrato leccapiedi è diverso dal farlo in un contesto di cinquanta pagine dove prima spiego perché e per come a quell’individuo e non ad altri ho dato del rutilante imenottero o del decerebrato leccapiedi. Spetta comunque al giudice decidere. Ad esempio (e lo riporto nella storia) io sono stato accusato di aver detto ad uno dei signori che era un MONA. Tuttavia questa eventualità è impossibile perché non parlo il dialetto triestino e nessuno mi ha mai potuto sentir dire quella parola che, in ogni caso, in spagnolo (la mia lingua madre) si riferisce ad una cosa bella, carina.

D.: E glielo hai detto al giudice del lavoro?

R.: Sì, certo. Ma la giudice, come già dissi, non ritenne importante la cosa. Come del resto nessuna delle accuse fattemi e che poi si sono rivelate false. Ma come? Dico io, ti dimostro che uno sta mentendo e si inventa tutto e non lo si ritiene importante? Mah! Come diceva Schopenhauer “ogni uomo confonde i limiti del suo campo visivo con i confini del mondo” perciò quando vedo le reazioni spropositate farsi largo a suon di ricorsi, le rappresaglie irose di vedersi “fotografati” su internet, quando vedo che i carnefici se la prendono con le vittime, gli aguzzini con i perseguitati, i seviziatori con gli oppressi, senza che ciò susciti scandalo, mi sento assediato dal mondo di Lilliput. Martin L. King disse una volta: la cosa peggiore non è la violenza degli uomini malvagi ma il silenzio degli uomini onesti.

D.: Mi dicevi che non ti hanno restituito le tue cose?

R.: Sì è vero, da quando sono uscito quattro anni fa, ho fatto diverse volte richiesta che mi restituissero gli oggetti personali, i libri, i vestiti, le scarpe e soprattutto i miei quadri che hanno anche un certo valore. Ma siccome nessuno segue la cosa perché in un’azienda non c’è chi si responsabilizza per le questioni che non fanno parte dei processi amministrativi, allora non vengono mai affrontate. E’ il problema di tutte le istituzioni. Figurati, glielo avevo detto due volte anche al mio avvocato che disse che ne avrebbe parlato con la controparte… e invece, niente.

D.: Beh, ti hanno “privato” delle tue cose… alcuni quadri tuoi so che valgono, no?

R.: Diciamo che nei miei confronti è avvenuta una sorta di “distrazione”: dato che in una azienda non si responsabilizza nessuno per cose non amministrative, è facile distrarsi. Per quanto riguarda i miei quadri, facevano parte di una esposizione ed il critico d’arte Carlo Milic li aveva valutati qualche anno fa intorno ai 5.000 euro ciascuno. Se poi ci mettiamo le cornici pregiate…

D.: Ma dato che tu sei uno che fa politica attiva, dovrebbe essere normale poter usare epiteti forti, no?

R.: Di solito ai politici si lascia più briglia sciolta perché hanno bisogno di comunicare le proprie posizioni senza essere eccessivamente edulcorati. Limare costantemente gli spigoli in una comunicazione non aiuta a comprendere le proprie posizioni. Tuttavia ci tengo a dire che io non ho mai voluto offendere nessuno. Se guardiamo ciò che scrivono i giornali contro alcuni politici, non vedo dove potrei aver diffamato qualcuno. A meno che l’ego di questi signori non si ritenga più importante, che ne so, del Presidente del Consiglio, della qual cosa non ho alcun dubbio ma allora consiglierei piuttosto una visita psichiatrica. Le espressioni “dandy”, “capelli impomatati”, “dire corbellerie”, “far arrossire un pomodoro da sugo”, “elefante in una cristalleria”, ecc. sono assolutamente normali in qualsiasi contesto.

D.: Certo, che messa così… viene da chiedersi dove andremo a finire?!

R.: Sì, se queste espressioni dovessero risultare diffamanti e ledere l’onore e la reputazione di questi satrapi anche quando tu dimostri che sono loro ad aver usato espressioni false e menzognere nei tuoi confronti, ad aver detto il falso sapendo di mentire, allora siamo fritti! I boriosi hanno vinto. Possiamo spegnere la luce… Io voglio solo denunciare quella cultura, arrogante, profana, altera e superba. Quella cultura manageriale presuntuosa, da inquisitori dell’imprenditoria, vanitosa e altezzosa. Come già dissi in altre occasioni, la nostra è una dirigenza così abbietta, così empia, indecente e antiliberale, che mi chiedo se non si trovi lì, celato, il germe del più detestabile dei totalitarismi.

D.: Totalitarismo?

R.: Sì, totalitarismo imprenditoriale. Ciò si vede nell’assoluta intolleranza all'illuminismo che dichiarò come suo principio essenziale ed altissimo il "non sono d'accordo con le tue idee, ma sono disposto a morire perché tu possa esprimerle". Invece per alcuni nostri irascibili e stizzosi dirigenti è proprio l’opposto: “è vero quello che pensi ma sono disposto ad massacrarti se lo vuoi esprimere”. La famosa frase di Ennio Flaiano dipinge bene la situazione: “cretini illuminati da lampi di imbecillità”.

D.: Ripetere la frase di un altro non è diffamazione?

R.: No. Non lo è. Anche perché mi riferisco in generale e non faccio nomi e cognomi. Ad esempio potrei dire che i dirigenti nel nostro Paese “hanno lo spirito terrazzaro che si manifesta nella forma cialtrona dell’interdizione al pensiero altrui, nel rifiuto delle domande vere, nella miserabile preconfezione di risposte false e svianti” oppure ancora: “che non ti rispondono nel merito, svillaneggiano con comportamenti teppistici il tema sollevato, fanno propaganda della loro fede con mentalità prigioniera, spirito ripugnante di setta, volontà di chiudere anziché aprire ogni vera discussione. Bisogna imparare a disprezzarli questi bolsi, cultori del presente e banditori asini e inconsapevoli del nichilismo da salotto. Questi bastardi.”. Queste sono frasi di Giuliano Ferrara prese da Il Foglio di oggi, che posso riportare in tutta tranquillità.

D.: Quindi mi pare di capire che secondo te, l’anomalia del nostro Paese sta proprio nella classe dirigente?

R: La grossa anomalia istituzionale del nostro Paese risiede nella classe dirigente che non innova, non fa ricerca, non produce qualità ma cerca di avere leggi che permettano di abbassare ulteriormente il costo del lavoro. Solo che competere con paesi che hanno costi fino a cinquanta volte inferiori ai nostri, è stupido perché non c’è partita. D’altra parte la classe dirigente che è votata solo a ridurre l’occupazione facendo licenziamenti, si preoccupa solo di occupare poltrone per sé invece di fare il proprio mestiere immettendo sul mercato prodotti di qualità. Questo vale anche per la classe politica. Come già ebbi modo di dire, sia le aziende, sia i partiti politici, sono in alcuni casi interamente illuminati da questi vanagloriosi manager che splendono di mediocrità all’insegna della trionfale sventura di coloro che li dirigono e di quanti per giungere a comandare hanno piegato il groppone. Non c’è da meravigliarsi se al potere ci arrivano curvi, e se l’abitudine di curvarsi li rende inabili a far cosa diritta.

D.: Dal punto di vista politico, ritieni che quello che ti è successo possa essere utile alla Rosa nel Pugno?

R.: Direi proprio di sì. Portare la propria esperienza vissuta nell’alveo politico è una cosa che ritengo meritoria. E’ l’unico modo per essere convintamene sincero delle cose che si realizzano, altrimenti si rischia di fare come alcuni politici progressisti che fra un rutto e una tartina di caviale, denunciano la fame nel mondo. Bisogna prendere ad esempio Luca Coscioni, che ha voluto fare del suo fisico, del suo corpo, della sua malattia, un’arma ideale di politica attiva per milioni di persone che, solo in Italia, avranno bisogno di quell’assistenza, di quella ricerca, di quella libertà di cura per le quali Luca si batteva. Nel mio caso, desidero creare un punto di riferimento per la bonifica delle istituzioni e delle imprese, tale che la classe dirigente si emendi di certi vizi che la fanno una satrapia corrotta e corruttrice dalla quale è impossibile uscirne. Perciò la cosa più importante è informare la gente e perciò metto sul web quanto mi è successo, che rimanga registrato nel bestiario internet e consegnato per sempre a futura memoria.