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CRONACA DI UN LICENZIAMENTO ANNUNCIATO

 
 
 
 
LETTERA INVIATA IN DATA 28 GIUGNO 2004 AL MINISTRO ROBERTO MARONI


Egregio Signor Ministro,

in qualità di Presidente dell’Associazione ATDAL torno a rivolgermi a Lei nel momento in cui il Governo ed in particolare il Ministero da Lei rappresentato si accinge a varare provvedimenti importanti e decisivi per la categoria di lavoratori e disoccupati che la nostra Associazione intende rappresentare. Mi riferisco in particolare alla nuova riforma del Sistema Previdenziale che, dopo l’approvazione al Senato, attende una prossima ratifica anche da parte della Camera, ratifica che Lei in più occasioni ha avuto modo di sollecitare.

Come abbiamo avuto modo di ricordare in più occasioni sia a Lei personalmente che a Suoi qualificati collaboratori, la nostra Associazione intende tutelare i diritti in materia di lavoro, previdenza e sostegno al reddito di quei lavoratori che sono stati espulsi in età matura dal ciclo produttivo e che, nell’assoluta impossibilità di ricollocarsi, sono costretti ad attendere anni, privi di reddito, la maturazione dei requisiti previdenziali per i quali, spesso, hanno versato svariati decenni di contributi.

E’ sufficiente scorrere qualsiasi pubblicazione dedicata alle offerte di lavoro per rendersi conto che l’età anagrafica rappresenta un ostacolo insormontabile alla ricollocazione per chi ha superato i 45 anni (e, purtroppo, l’età tende ad abbassarsi sotto la soglia dei 40 anni). Le recenti norme approvate dal Governo, meglio note come Legge Biagi, definiscono alcuni strumenti a sostegno della ricollocazione di questa categoria di disoccupati di lunga durata, strumenti che noi riteniamo del tutto inadeguati a fronte della cultura ormai dilagante in un sistema impresa che rifiuta di riconsiderare in termini corretti il valore dell’esperienza e della professionalità.

Recenti prese di posizione provenienti dal fronte della Confindustria, del Sindacato e, seppure con qualche eccessiva timidezza, anche da esponenti di Partiti che sostengono l’attuale Governo, sottolineano con preoccupazione elementi indicativi di una crisi strutturale del nostro sistema produttivo e prefigurano gravi conseguenze sul piano occupazionale in mancanza di idonei interventi strategici da attuarsi sia a livello Istituzionale che a livello imprenditoriale e sindacale. In questa situazione la categoria dei disoccupati in età matura risulta essere ancor più penalizzata e le speranze di poter uscire dal tunnel della indigenza si dissolvono. In più occasioni la nostra Associazione ha avuto modo di esporre la situazione dei lavoratori considerati troppo vecchi per lavorare ma troppo giovani per la pensione alla Commissione Lavoro e Previdenza Sociale del Senato e di avanzare, nella stessa sede, una serie di proposte di intervento legislativo a sostegno di questa categoria.

Al tempo stesso avevamo seguito con attenzione ed interesse diverse Sue prese di posizione pubbliche a difesa dell’attuale sistema previdenziale ed in particolare le Sue ripetute dichiarazioni circa il fatto che l’età media di pensionamento nel nostro paese è assolutamente in linea con gli altri paesi europei e non si ritenevano quindi necessari nuovi interventi sul sistema previdenziale. Confidavamo quindi in una Sua coerente difesa di una normativa che, se peggiorata, rischia di creare drammatiche situazioni personali e familiari per molti disoccupati ai quali, perso il posto di lavoro, non rimane alcuna possibilità di scelta.

Purtroppo, dobbiamo verificare che la nuova Riforma Previdenziale non solo non tiene in alcuna considerazione il dramma di chi già oggi si trova in difficoltà ma, al contrario, crea i presupposti per allargare, a partire dal 2008, la categoria dei cittadini privi di reddito costretti ad attendere anni per maturare il diritto alla pensione. Le assicuro che noi non dimentichiamo il fatto che anche le riforme varate dai precedenti Governi non si erano fatte carico della tutela di coloro che hanno perso il lavoro non per propria scelta e si trovano a dovere fare i conti con la realtà di un paese (unico in Europa) del tutto privo di seri strumenti di ammortizzazione sociale.

Credo però che rispetto a chi, responsabile dell’approvazione delle riforme Dini e Amato, ha accampato, forse strumentalmente, la scusante della non conoscenza di quanto avveniva nelle aziende, impegnate ormai da una decina di anni nello svecchiamento attuato attraverso l’espulsione degli over40, né Lei nei i Suoi collaboratori possiate sostenere di non essere a conoscenza di questo devastante fenomeno.

Se non altro perché da oltre due anni noi stessi ci siamo fatti portatori in tutte le sedi di questo messaggio al punto che negli ultimi mesi il tema è stato affrontato con sempre maggior rilievo dai principali organi di stampa. Mi permetto di appellarmi alla Sua sensibilità per chiederLe di provare a mettersi nei panni di un 55enne espulso dal ciclo produttivo e che con più di 30 anni di contributi si trova a dover attendere 10 anni per poter accedere alla pensione.

Ma, accanto a situazioni di questo tipo, accanto a situazioni di reale indigenza, che ormai riguardano circa 1 milione di nostri concittadini, ve ne sono altre destinate a maturare nei prossimi anni. Mi riferisco alla massa di lavoratori ancora in servizio attivo che vivono condizioni di vessazione continua, il termine che va di moda è “mobbing”, che li porterà prima o poi alle cosiddette dimissioni volontarie. Per questi soggetti il rischio concreto è quello di precipitare nel baratro dell’attesa indefinita di una pensione il cui traguardo, a partire dal 2008 si allontana ulteriormente.

Le chiedo anche di mettersi nei panni dei pochi, pochissimi, fortunati che riescono a trovare una ricollocazione temporanea. Le chiedo di riflettere su cosa possa significare per un 50enne con famiglia a carico, figli ancora in età scolare, magari un mutuo da pagare, trovare un lavoro temporaneo che non offre nessun tipo di garanzia o di certezza per il futuro.

Mi ripeto, tutto questo in un paese privo di seri ammortizzatori sociali e, prevenendo la Sua obiezione, in attesa di un provvedimento di riforma in materia che già sappiamo dovere fare i conti con i vincoli posti dal Ministro delle Finanze.

Non ritiene Lei che in un paese che vive questo tipo di contraddizioni l’esigenza prioritaria dovrebbe essere quella di affrontare il problema della crisi produttiva, del porre un freno all’emigrazione all’estero di interi apparati produttivi, dell’uscire dall’illusione che il perseguire il mantenimento del puro know-how, del made in Italy, possa realisticamente permetterci di compensare le centinaia di migliaia di posti di lavoro persi con l’abbandono delle grandi attività produttive ?

Non crede Lei che prima, molto prima, di mettere mano al sistema previdenziale o di creare nuovi strumenti a favore di quella flessibilità dell’organizzazione del lavoro che, ad oggi e non solo in Italia, ha contribuito solo a determinare una maggiore incertezza e precarietà sociale, non sarebbe il caso di aprire un serio confronto sul nostro sistema imprenditoriale e sulle misure da mettere in campo per un suo rilancio ?

La nostra sensazione è che si tenda a procedere con una logica confusa, più dettata da motivi di ordine ideologico o da necessità di presentare alcuni provvedimenti “immagine” ai tavoli dei partners europei. In quale altro modo si può interpretare una Riforma Previdenziale che si scaglia nuovamente contro le pensioni di anzianità quando proprio nel gennaio di quest’anno il Suo Sottosegretario Prof. Alberto Brambilla, ha presentato il 4° Rapporto sullo stato dei conti dell’INPS dal quale si evince con grande chiarezza che il problema dei conti della previdenza non risiede nelle pensioni di anzianità quanto nella commistione tra previdenza ed assistenza, nell’enorme evasione contributiva, nei trattamenti privilegiati riservati ad alcune categorie di assicurati.

Mi rendo perfettamente conto di essermi eccessivamente dilungato e sono cosciente del fatto che è comunemente noto che a chi ricopre importanti ruoli politici è sempre meglio scrivere in modo estremamente sintetico. Ho trasgredito a questa regola in modo consapevole, spinto dalle parole che mi giungono ogni giorno da persone disperate che non sanno più a che Santo votarsi.

Ed è in difesa di queste persone che chiedo a Lei una profonda riflessione sulle decisioni che si stanno per assumere affinché Lei non possa in futuro essere ricordato da queste persone come il Ministro del Lavoro che ha negato loro il diritto ad un’esistenza dignitosa.


La ringrazio per l’attenzione e La saluto cordialmente,

Armando Rinaldi
Presidente ATDAL