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CRONACA
DI UN LICENZIAMENTO ANNUNCIATO
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La cosa peggiore non è
la violenza degli uomini malvagi,
ma il silenzio degli uomini onesti.
Martin Luther King
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AVVERTENZA DELL'AUTORE
Questo racconto, l’avrete già
capito, NON E’ un lavoro
di fiction. I nomi,
i personaggi, i luoghi NON sono
incidentali né sono prodotto della mia
immaginazione. Dunque, ogni rassomiglianza a fatti
e persone ancora attive e viventi NON
E’ casuale. La verità può
avere molte sfaccettature perciò è
inevitabile che io racconti la “mia verità”.
Tuttavia mi sforzerò di essere il più
assolutamente obiettivo. Perciò nel ricordare
i nomi, i luoghi e le circostanze, mi atterrò
solo e soltanto ai fatti.
Come ogni narrazione, ho dovuto inevitabilmente
affrontare il carattere dei personaggi ma l’ho
fatto osservando il loro riflettersi nelle azioni
compiute. La natura delle persone la si può
dunque dedurre dalle loro azioni. Già nella
sua Poetica, Aristotele dichiarava: “fra
tutti gli elementi dell’azione, cioè
caratteri, racconto, linguaggio, canto e pensiero,
la composizione dei fatti è capitale, perché
la tragedia è imitazione non di uomini,
ma di un’azione…”. Di conseguenza,
come gli attori, i personaggi della vicenda, non
svolgono l’azione “scenica”
per riprodurre i caratteri, ma attraverso le azioni
assumono i caratteri. Nel racconto che presento,
è tanto più interessante la vicenda
e la successione degli eventi, quanto più
questa assume la fisionomia etica e caratteriale
dei personaggi che, ripeto a scanso di equivoci,
non sono affatto nati dal frutto della mia fantasia.
Il riconoscimento dei propri meriti non è
di questo mondo, di questi uomini che non sanno
distinguere un musicista da un musicante. Il galletto
della favola di Fedro trovò una perla,
ma non seppe che farsene, perché cercava
nel letamaio di che riempirsi il buzzo. Quanta
povertà spirituale e morale! Tuttavia il
mondo degli onesti ancora non si rende conto dei
gravi pericoli in cui incappiamo quando uomini
con pochi scrupoli sono chiamati a dirigere istituzioni
senza esserne capaci.
Sento il mio “spiritello” che mi incalza
a urlare gli avvenimenti accaduti, a dire che
con queste pagine desidero insistere per la divulgazione
ed anche per la segnalazione da parte di altri
dirigenti che abbiano subito simili comportamenti
(ancorché legittimi) da parte dei loro
datori di lavoro e a segnalare questa sorta di
“elusione legale”. Sento la parola
che resta inespressa nel fondo dell’animo
e che brama a tutti i costi di uscire, per denunciare
una classe padronale che dovrebbe misurare
la propria dirigenza per la sua capacità
di porre i problemi nei termini corretti e non
per l’abilità o l’attitudine
di fare il gioco della torre, mettendo assieme
un dirigente forte a cui sono stati dati tutti
i poteri e uno debole che invece non ne ha, per
poi vedere chi riesce a buttare giù l’altro.
Una caccia molto antica è la caccia alle
streghe. Oggi ci dilettiamo, invece, con un’arte
venatoria più raffinata: la caccia alle
bugie. Sia chiaro: non è che la bugia sia
un inedito (nelle aziende è sempre stata
una tecnica molto praticata) e nemmeno è
sicuro che il bugiardume imprenditoriale si stia
allargando. L’aumento, caso mai, risulta
dal fatto che si ignora sempre di più la
distinzione tra chi mente sapendo di mentire e
chi non sa di mentire ma dice una cosa falsa (che
ex post risulterà falsa) perché
si è sbagliato: insomma, la distinzione
tra menzogna ed errore. Se la ignoriamo
tutto si trasforma in bugia. Non posso distinguere
tra bugia ed errore ma poiché difendo la
lucidità del capire devo distinguere tra
il voler mentire e il non sapere di mentire.
In passato ciò che riguarda la menzogna
e l’errore accadeva più di rado (almeno
nelle banche o nelle compagnie di assicurazioni)
per due ordini di motivi: il primo è da
ricercarsi nella maggior preparazione tecnica
dei dirigenti che rende più difficile al
manager arrampicatore imporre il suo punto di
vista senza fornire motivazioni tecniche. Il secondo
è connaturato con il periodo storico che
era più spensierato dal punto di vista
economico e perciò era più facile
“occultare” le cordate perdenti. Le
compagnie potevano permettersi il c.d. “cimitero
degli elefanti bianchi” dove venivano nascosti
i dirigenti sconfitti.
Il cimitero degli elefanti bianchi era una sorta
di insieme di direzioni, alle volte dal nome altisonante,
ma che in realtà non servivano a nulla
se non a dare lo stipendio a dirigenti messi fuori
gioco. Oggi, con i tempi che corrono, non c’è
posto per elefanti bianchi e neppure per topolini
grigi, oggi si ricorre al licenziamento costruito
a tavolino: più facile e soprattutto più
economico. Questo allontanamento violento, lungi
dall’essere un handicap si rivela, almeno
nel breve periodo, un hatù protettivo indispensabile
per comandare e mantenere il potere nell’impresa.
Alcuni dirigenti si barcamenano bene facendo finta
di non sapere o non capire, lo gnorri insomma.
Faccio un esempio che non riporto nel racconto
della vicenda per non appesantire la narrazione.
Un giorno, nel giugno del 2001, si presenta in
compagnia un certo signor PA (direttore di marketing
della compagnia acquirente) che era venuto a vedere
i prodotti della compagnia. Questo signore, dopo
che gli era stata spiegata in lungo e in largo
la polizza Long Term Care (la famosa
polizza che introdussi io per la prima volta nel
mercato italiano nel 1997) davanti a tutti, impiegati
e attuari, commenta: “sì… interessante…
però alla fine se mi faccio una bella polizza
infortuni…è lo stesso, no?”.
Le facce sbalordite degli impiegati di quarto
livello con imbarazzata cortesia spiegavano al
megadirettore di marketing che si trattava di
tutt’altra cosa… Del resto, per il
buon PA i prodotti che non conosceva non esistevano
e, devo dire, che in un certo senso è anche
giusto che sia così! Dal punto di vista
della filosofia cognitiva, le cose esistono in
quanto esistono pensate. La gravità non
esisteva prima che Newton la pensasse. Ma dopo
che la mela gli cadde in testa e lui la pensò,
in quel momento esistette.
Racconto ancora un altro episodio: il Sr. ES è
stato catapultato nel processo ad intervenire
nelle udienze contro me e contro il mio ex collega
l’ing. FI, senza sapere neppure chi fossimo
e cosa avessimo fatto. ES non si era mai incontrato
con i dirigenti delle compagnie in quanto uomo
arrivato nella compagnia con la nuova dirigenza
dopo l’epurazione. Seguendo le udienze è
possibile constatare come questo personaggio è
stato costretto ad inventarsi una bugia dietro
l’altra per giustificare le azioni contro
me, in una crescente incoerenza tale da obbligarlo
dopo un paio di presenze, ad assentarsi dalle
udienze per “improcrastinabili motivi”.
E non poteva essere altrimenti perché una
bugia ne rende necessarie molte altre.
A Natale, quasi tutti gli anni, telefono ad un
“vecchio” amico dai tempi di RAS (vecchio
nel senso che ci conosciamo da un quarto di secolo,
ma lui, EE è più giovane di me)
che ora, peraltro, è addirittura consigliere
di amministrazione della compagnia. Fortunata
coincidenza penserà il lettore, ma ahimè,
il suo burocratico distacco dal problema lo rende
“impermeabile” a qualsiasi sollecitazione
di chiarimento. Infatti, EE mi dice sempre la
stessa cosa: che lui non sa niente, che non ha
mai saputo niente della vicenda in quanto i CdA
della compagnia si tengono per formalità
aziendale dato che quando uno dà i poteri
ad un altro (riferitosi ai poteri che FM diede
a GM) quest’ultimo ne diventa totalmente
responsabile dell’uso che ne fa. Sì,
aggiungo io, con buona pace della responsabilità
collegiale dei Consigli di Amministrazione.
Ma come? L’etica societaria non è
il pilastro sul quale dovrebbe poggiare la realizzazione
del superiore interesse di una Società?
E non è in tal senso che dovrebbe inquadrarsi
il complesso dei doveri degli amministratori descritti
negli artt. 2391 e 2392 c.c.? E alla luce del
nuovo diritto societario, non è forse puntualizzato
che gli amministratori devono adempiere ai loro
doveri con la diligenza NON più del mandatario
bensì da quella richiesta dalla natura
dell’incarico?
La risposta è sì. In effetti, è
stato introdotto un connotato di responsabilità
più rigoroso parametrato alla diligenza
di tipo professionale nel quale confluisce anche
la lealtà di comportamento. In
ossequio a questa disciplina l’art. 2631
punisce severamente la condotta di quegli amministratori
che non hanno osservato tale obbligo. Infatti
la giurisprudenza penale ritiene che un tale reato
sussista ancorché non si sia determinato
un danno per la Società. In questa cornice
normativa emerge il rigore dell’impianto
vigente che vede nel Consiglio di Amministrazione
la sede istituzionalmente deputata al chiarimento,
alla composizione dei contrasti e dove l’etica
societaria è il pilastro che sorregge
l’individuazione ed il rispetto con riferimento
ad ogni fattispecie.
Evidentemente ci sono Consigli etici e no. Nei
primi l’etica è il pilastro sul quale
si basa ogni decisione mentre nei secondi non
solo ciò non accade, ma ci si spinge addirittura
fino a girare la testa quando si “assassina”
qualcuno non sentendo in alcun grado la terribile
serietà di ogni atto individuale e di ogni
scelta. Si gioca spensieratamente con la vita
altrui e a poco a poco l’inerzia ed il deficiente
senso di responsabilità appaiono agli occhi
di tutti i consiglieri come conseguenze già
incluse in un male più profondo. Il
C.d.A. ha avuto a mio avviso un comportamento
non propriamente improntato alla correttezza
perché aver lasciato accadere un male che
si poteva impedire con una semplice telefonata
di convocazione, vuol dire praticamente avvallarlo.
Dunque, che questo racconto rimanga per sempre
ad imperitura memoria e ad infinita disistima
di coloro che si sono comportati volutamente in
modo scorretto ed intenzionalmente non hanno accettato,
come si vedrà, neppure le più semplici
soluzioni che avevo proposto per risolvere la
questione.
Infine, riporto le parole testuali dal sito attuale
della compagnia nella sezione “La nostra
Storia”. Ci tengo a precisare che questo
sito è stato fatto verso la fine del 2004
e inizio del 2005 cioè più di tre
anni dopo il mio licenziamento. Il commento è
il seguente: “Per connotarsi
sul mercato e veder riconosciuta la propria specificità,
la Compagnia si è proposta con prodotti
assolutamente nuovi ed inediti. Uno in particolare,
la Long Term Care, venne presentata per la prima
volta in Italia proprio dalla Compagnia Vita.
La prima polizza italiana per l’Assistenza
di Lungo Termine venne emessa a Trieste il 7 agosto
1997. Questo prodotto permise alla giovane Compagnia
di farsi notare dalla stampa nazionale ed essere
citata e recensita ogniqualvolta i giornali si
sono occupati del problema della non autosufficienza”.
Ritengo che ogni commento sia superfluo. Dopo
essere stato denigrato, screditato, ingiuriato
e diffamato nonché accusato di aver fatto
prodotti perdenti, leggere questa sorprendente
e inattesa frase è davvero sconcertante
e fa restar di sasso non solo a me ma a tutti
quelli che hanno seguito la vicenda. L’unica
norma morale di fondo è quella di capire
gli altri nelle loro ragioni e nelle loro esigenze.
Io ora sento il bisogno di scrivere quanto è
accaduto. |
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