da LA STAMPA, 29 Luglio 2007
Mia madre inorridirebbe. Lei che usava l’espressione
“estremità inferiori” per dire “piedi”.
Riteneva che fosse sconveniente per non dire volgare. Io,
inutile dirlo, ho dirazzato. Un po’ per l’inevitabile
opposizione generazionale e un po’ per convinzione,
insomma quando ce vo’ ce vo’. Sempre cose veniali,
mai indecenti. Il turpiloquio pesante mi dà fastidio
come un pugno in faccia. Non parliamo poi delle bestemmie.
E mi dà fastidio anche il fatto che talune parole ed
anche frasi pur rappresentative di concetti osceni sono diventate
di uso comune ed hanno perso il loro carattere offensivo.
Non credo proprio che sia vero. Se qualcuno mi dicesse “vaffanculo”
o “cazzara” non farei dei gridolini di gioia.
Ma ormai è definitivo. La V Sezione Penale della Cassazione
ha ribaltato la sentenza del Tribunale d’Appello dell’Aquila,
consentendo l’uso del turpiloquio. Almeno dal punto
di vista giuridico. Il che non impedisce di ritenere che,
alla luce del buon gusto, la volgarità sia ancora pochissimo
chic.
Posso capire l’esigenza della sintesi. E ammettere che
non tutti abbiano una settimana di ferie per dire: “Racconti
sciocchezze fuorvianti e comunque le cose che dici non paiono
pienamente corrispondenti al vero”, piuttosto che rifilare
un più tottianamente diretto: “Sei un cazzaro”.
Ma non sempre il turpiloquio è richiesto dalla sintesi.
Che differenza c’è, a livello sillabico, tra
un “Te ne fotti di quello che dico” e un più
leopardiano “E forse del mio dir poco ti cale”?
Sempre più raramente incontro persone in cui appare
con evidenza che il pensiero si bilancia su una parola prima
di passare ad un’altra, come se le parole fossero i
sassi su cui l’intelletto esige di poggiare guardingo
per traversare le acque della banalità o dell’errore.
Al contrario, è dentro il ventre molliccio dell’impoverimento
del linguaggio che tutto diventa lecito. Velocizzando ogni
parola e non concedendo tempo per esprimere adeguatamente
un pensiero fondato, l’inevitabile deriva è il
turpiloquio. O per lo meno la sciatteria o il luogocomunismo.
Che può trovare spazio sia in un intervento in un’aula
parlamentare, sia in una conferenza stampa per annunciare
l’addio alla Nazionale, by the way abbiamo perso un
grande talento.
Le parole esprimono e rivelano lo spirito. Ne sono figlie.
E quando il pensiero difetta o è colpevole, la pena
ricade sulle parole. Che meriterebbero ben altra considerazione
e ben altro uso. Il che non è da tutti. Tantomeno da
Totti.
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