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Immagine tratte da "Galileo Galilei" di L. Cittadella Vigodarzere
 

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EPPUR SI MUOVE


Bene, cari lettori, siamo arrivati alla penultima puntata di questo lunghissimo viaggio nel mondo della giustizia. E’ stato un calvario, un travaglio lungo e doloroso che mi ha dato spunti di consapevolezza incredibili e sicuramente di difficile intuizione fino a qualche anno fa; spunti che ho cercato di condividere pubblicamente. Capirete nel dipanarsi di questo scritto perché si tratta della penultima puntata. Coloro che hanno seguito la vicenda, sanno che ho approfittato di quella occasione straordinaria che è stata la mia fuoriuscita inattesa, improvvisa e inimmaginabile dal mondo del lavoro per dedicarmi all’impegno civile. Più in particolare, ho deciso di seguire l’approccio letterario concependolo come un servizio da offrire alla collettività affinché tutti possano meglio capire se stessi ed il Paese in cui è toccato vivere.

Come dice il sociologo Francesco Alberoni: “negli ultimi decenni si è diffuso il convincimento erroneo che il mondo dell’etica, delle buone maniere, della lealtà e della legalità sia qualcosa di naturale, di spontaneo. No: è il prodotto di millenni di civilizzazione e si conserva solo grazie alla continua vigilanza della comunità, alla sua costante azione educativa, alla sua continua crescita culturale. Quando questo ordine si rompe, per esempio in una guerra, vediamo esplodere i comportamenti primordiali più brutali. (…) No, la pura spontaneità non produce vivere civile, ma solo paura, oppressione ed arbitrio. La civiltà è il prodotto dell’educazione degli impulsi attraverso la cultura, la morale, la legge. Soprattutto attraverso l’esempio”. E gli esempi che vediamo attorno a noi sono disastrosi.

Nelle puntate precedenti ho raccontato come, tra mille difficoltà, ero riuscito a costruire una compagnia di assicurazioni sulla vita. Un lavoro puntiglioso, accurato, preciso, una semina paziente e diligente. Però, nel momento di mietere, di raccogliere i frutti di tutto quel processo, per una serie imprevedibile di circostanze assurde, quasi da dramma shakespeariano, la compagnia vita viene trascinata in un improvviso tourbillon dovuto al crollo ed al decadimento improvviso di sua “sorella” maggiore che nel frattempo era entrata in crisi nel ramo auto. E’ noto poi quel che è successo: cambio di azionista, cambio di vertice, cambio di dirigenza. Non c’è più trippa per gatti; dunque, licenziamento di tutti i dirigenti. Però quel licenziamento così stolto, così balordo mi diede l’occasione di fare una riflessione sul mondo del lavoro in generale, sulla ricerca e l’innovazione in particolare e anche sulla disoccupazione senile. Tutti i miei pensieri riguardanti questa vicenda li ho riportati nella sezione “lavoro” sul mio sito.

E’ necessario premettere che l’esternazione delle proprie considerazioni è quasi sempre uno sbaglio e nel mio caso si è rivelato un “errore” tecnico. Certo, dire “errore” è esagerato e perciò l’ho messo tra virgolette, giacché si impara sempre da quello che capita. Però dobbiamo ricordare che nel nostro Paese non si possono esprimere giudizi “liberamente”, bisogna sempre misurare le parole o riferirsi al generico. Non appena uno fa qualche nome o un riferimento specifico… zac! ti becchi una causa per diffamazione. A meno che uno non sia molto famoso o un comico come Beppe Grillo; allora ci si può anche permettere di dire pubblicamente che tutto quello che toccano i manager diventa merda (Grillo si riferiva a quelli di Telecom, per carità) e si può tranquillamente dire che i nostri manager sono una sorta di Re Mida alla rovescia. Nessuno scandalo, it’s Italy, baby.

Tutti sappiamo di cosa sto parlando. Chi ha seguito la storia certamente lo sa. Questa penultima puntata è il racconto di questa causa: quella per diffamazione. Spero di raccontarvela con tono leggero e magari con distaccata ironia. Si tratta della penultima puntata perché sono stanco e perché ormai so come andrà a finire. Non ricorrerò in appello né andrò in Cassazione. Proprio adesso che non ho più nulla da perdere e che posso tirare avanti per le lunghe, proprio adesso, ho deciso che il gioco non mi interessa più e capirete perché, nel racconto che faccio di questa udienza. La sconcertante vicenda giuridica che mi ha visto in molte aule di tribunale ed in decine di udienze, mi ha dato una esperienza insolita. Ho capito come funzionano le cose della giustizia. In realtà l’avevo già capito prima e perciò avrei fatto a meno di quest’ultimo processo. Tuttavia dato che ero riuscito ad ottenere il patrocinio gratuito mi ero detto che ormai non costava niente fare un passo in più.

Pensavo che avrei potuto difendermi da solo; purtroppo però, non avevo tenuto in considerazione che uno non può parlare se non alla fine del processo per rilasciare dichiarazioni spontanee. E’ assurdo. Viene da chiedersi che senso abbia che non si permetta l’autodifesa. In una vicenda complicatissima e piena di dettagli, che senso ha far parlare un avvocato al quale gli dici 100, capisce 50, si ricorda 20 e riporta 5? Se uno se la sente di potersi difendere, che senso ha che lo faccia un avvocato per te? Ovviamente, è bene che ci sia, ma come mediatore delle regole o per le questioni di forma: accettare o no una nuova testimonianza, acquisire o no una nuova prova, ma per il resto, per tutto quello che riguarda la propria vicenda, chi meglio di chi l’ha vissuta, può difenderla? Non ha alcun senso che ci sia un avvocato.

Mi ero preparato con una linea di difesa coerente. Non ci poteva essere diffamazione in quanto non ho mai fatto i nomi dei dirigenti che mi avevano cacciato ed in più portavo tre testimonianze che avrebbero dovuto riferire il poco buon senso delle cose dette da alcuni dirigenti che andavano in giro, come sapete, proferendo cose assurde come che le compagnie non erano due ma una sola… e ammennicoli vari. Questo fatto, al di là della scorrettezza tecnica e giuridica, spiegava bene anche la necessità del mio avvicendamento e perché “io” ero superfluo come direttore generale giacché “una” compagnia avrebbe potuto significare che si potevano “mescolare” le gestioni come già era accaduto in passato dando luogo ad illeciti civili e penali. Infine, uno dei miei tre testimoni avrebbe dovuto demolire la sconcertante dichiarazione di un altro dirigente che avrebbe detto che i prodotti della compagnia vita che dirigevo erano poco appetibili, perdenti e che erano stati vietati addirittura dall’Isvap, l’istituto di vigilanza. Ma questo smantellamento avrei dovuto farlo subito quando lo disse e non ora dopo qualche anno. Quella volta, il mio avvocato non volle.

Avevo fatto alcune ricerche su internet e avevo trovato delle sentenze di Cassazione nelle quali il concetto di diffamazione viene molto ridimensionato quando una narrazione di fatti è accompagnata insieme alle opinioni di chi la compie costituendo allo stesso tempo esercizio di diritto di cronaca ed esercizio di diritto di critica. In tal caso la valutazione della continenza si attenua per lasciare spazio all’interpretazione soggettiva dei fatti che sono raccontati e per svolgere le censure che si vogliono esprimere. Addirittura si dice chiaramente che dal principio secondo il quale il diritto di critica non può essere esercitato se non entro limiti oggettivi fissati dalla logica concettuale e dall’ordinamento positivo, non può desumersi che la critica sia sempre vietata quando può offendere la reputazione individuale. Tutto questo l’ho messo nella mia breve “Memoria di Difesa” consegnata in Tribunale e che si trova anche sul sito.

Ed ora vediamo la dinamica del processo: il giudice esordiva dicendo che in questo processo non si sarebbe dovuto parlare della vicenda delle compagnie, che a lui la vicenda delle compagnie non interessa affatto perché lo scopo di questo processo era solo quello di vedere se le frasi proferite da me fossero o no diffamatorie. Nient’altro. Si trattava di un esordio alquanto inquietante per me dato che se non voleva sentir parlare delle compagnie, non so di cosa avremmo potuto parlare posto che l’oggetto di tutto ruotava proprio attorno alla vicenda delle compagnie e le mie presunte frasi diffamatorie erano la “risposta” ad azioni assolutamente intollerabili e al limite della legalità.

La controparte fece acquisire un pacco smisurato di documentazione: il mio scritto originale (che poi è praticamente lo stesso che c’è ancora sul sito, tolte alcune parole peraltro non ingiuriose come “satrapo mesopotamico”, ecc. v. “Memoria di Difesa”) ed anche le sentenze del mio licenziamento in primo e secondo grado che non avrebbero dovuto servire ad alcunché dato l’esordio del giudice.

Infine, nella documentazione fatta acquisire ci stava pure il numero di visite al mio sito internet. Una chicca. Il numero di visite era limitatissimo, mi pare 21 visite e tutte fatte dalla Web Master. A questo punto il mio avvocato chiede che venga fatta testimoniare anche la Web Master che era lì presente ma che non era stata convocata come testimone. Ma il giudice non aveva capito a quale scopo avrebbe potuto testimoniare e l’avvocato non seppe spiegarsi. Quindi il giudice rigetta la richiesta. “Cominciamo bene” pensai io.

Al processo vennero tutti. Anche il grande capo GM ed il dirigente ES, entrambi si portarono una sequela di impiegati pronti a testimoniare che avevano visto la storia su internet. Io invece ero pronto a testimoniare che avevo mandato la storia 3 settimane prima della sua pubblicazione ad un consigliere delegato. Evidentemente il consigliere delegato non voleva rogne e perciò bisognava testimoniare che era stata “scoperta” dal basso. Come se chiunque non sapendo cosa fare, dicesse “quasi quasi mi faccio una visita al sito waltermendizza.it”!

La controparte portò a testimoniare GM (per pudore lascio ancora le iniziali) il quale su domanda del pubblico ministero, si presenta e dice chi era e che ruolo aveva all’epoca dei fatti. In effetti si presenta come amministratore delegato nonché direttore generale. Incredibile. Nessuno ebbe la prontezza di chiedergli in quale compagnia ricopriva tali ruoli e lui si guardò bene dal dirlo. Ovviamente erano i ruoli ricoperti nell’altra compagnia e non in quella vita giacché il direttore generale ero io. Sarebbe subito emerso il conflitto di interessi giacché come nuovo plenipotenziario del nuovo azionista, non voleva un altro D.G. tra le scatole ecco perché decise di eliminarmi.

Tra le cose che GM disse, ci fu anche quella che ho riferito nella “Storia” che io ebbi a dargli del “mona”. Ormai non so più come dirlo. Non è possibile che io abbia dato del mona a chicchessia perché non parlo il dialetto triestino ed anche perché nello spagnolo (la mia lingua madre) “mona” significa qualcosa di bello, di carino. E’ una testimonianza assolutamente falsa semplicemente perché è impossibile. Sarei stato disposto ad accettare (anche se non è vero) che gli avessi dato del cretino, del coglione, del testa di cazzo… ma vivaddio, del mona, proprio no. L’ho detto sempre ed anche nell’udienza di primo grado, ma quella volta la giudice decise che qualunque epiteto fosse stato proferito, non era rilevante perché è usuale dire queste cose nelle riunioni di lavoro… ma tant’è.

Il mio avvocato gli chiese se aveva letto il suo nome e cognome nella narrazione imputata, ma lui disse che non era necessario leggere il nome ed il cognome perché tutti in compagnia sapevano a chi si riferisse la storia. Sì certo, tutti in compagnia, ma non tutti fuori della compagnia. Inoltre, disse che telefonò all’azionista di riferimento il quale già sapeva. E questo mi conforta giacché diede indiretta dimostrazione che io avevo inviato al consigliere la storia quasi un mese prima e perciò sapevano già.

Poi venne il turno di ES che si presentò con tutti i suoi “titoli” ma nessuno riferito ovviamente al vita. Ho sempre detto e ripetuto che ignorava le cose riguardanti le assicurazioni vita e che eventuali titoli da vantare riguardanti la “Commissione Sinistri” e la “Commissione Sinistri Catastrofali” presso l’Ania, nulla potevano avere a che fare con il vita. Dunque “ignorare” ha solo un senso etimologico e non lesivo dell’onore e del decoro morale e professionale. Avevo anche riferito diverse precisazioni, ad esempio quando ho scritto: “uno per il quale se dici che sono meglio i premi di rischio che di risparmio, diventi subito un fuorilegge. Come dire, un Barabba, un Mastro Cecco, un Bernardo Provenzano delle assicurazioni”. E’ chiaro che il Barabba, il Mastro Cecco, ecc. era riferito a me e non a lui.

Come in una proiezione scenica che suscita l’ineluttabilità stessa di un dramma shakespeariano, i miei testimoni non riuscirono a riferire che GM andava in giro dicendo che le compagnie erano una sola. Un punto chiave sul quale ruotava la mia difesa poiché come ho già spiegato in altre occasioni il voler affermare ad ogni costo che le compagnie sono in realtà una sola può soltanto celare una volontà di mescolare le gestioni (oltre che togliersi dai piedi il sottoscritto). Tuttavia la cosa non andò per il verso giusto. Forse i miei testi si aspettavano la domanda diretta dell’avvocato che però sul momento non ritenne opportuno di farla per evitare che il giudice gli dicesse che stava mettendo la risposta in bocca ai testimoni. Una decisione repentina che però si manifestò disorientante. Non essendoci domanda diretta ci furono solo risposte generiche: “in azienda era in bocca di tutti che le compagnie non erano considerate due enti differenti ma Sasa Vita era considerata un ramo di Sasa”.

Quando poi il mio avvocato incominciò a chiedere questo, se fosse a conoscenza che si diceva che le compagnie erano una sola, il giudice lo interruppe dicendo che gli pareva pleonastica la domanda in quanto sarebbe come chiedere se Giovanni e Giuseppe sono due persone diverse. L’avvocato non ebbe la prontezza di riflessi di rispondere che appunto, proprio perché si tratta di persone diverse affermare il contrario doveva essere considerato lesivo del mio onore e del mio decoro professionale. Aveva la risposta pronta su un piatto di argento, ma non rispose. Il teste riferì che era un fatto scontato: in giro si diceva che le compagnie erano “una sola”. Ma non disse che fu GM a sostenere per primo questa scandalosa e indecente tesi.

Il mio secondo testimone era l’ex attuario incaricato. Anche qui, volevamo fargli una domanda che avrebbe dovuto essere la madre di tutte le domande: “a lei risulta che la società avesse un andamento assolutamente calante perché i prodotti non erano appetibili, non c’era spinta commerciale ed in particolare venivano venduti prodotti che si sono rivelati perdenti?”. Essendo che tali affermazioni riferite da ES nell’udienza del 13 novembre 2002 potevano dar luogo ad una querela per diffamazione da parte dell’attuario incaricato che aveva fatto i prodotti, si sarebbe chiuso il cerchio. Ma in tale circostanza, l’avvocato della controparte si oppose alla domanda dato che i verbali dove c’era la dichiarazione di ES non erano stati presentati e quindi bisognava recepirli. A questo punto, inizia la discussione del recepimento dei verbali dell’udienza e nel frattempo il giudice fa accomodare il mio teste. La cosa ha del surreale. Dopo dieci minuti di discussione, tutti accettano di recepire i verbali, il pubblico ministero, l’avvocato di controparte ed il giudice. Solo che non c’era più l’attuario che avrebbe dovuto rispondere alla domanda! Era stato fatto accomodare dal giudice e per motivi di procedura non poteva essere richiamato. Che dire? Sembra fantascientifico!

Allora capite, cari lettori perché questa è la penultima puntata. Il giudice ha chiesto di mettersi d’accordo. La controparte vuole una lettera di scuse ed io che di questa storia ho già ricavato tutti gli insegnamenti possibili, sono disposto a scriverla. Non ho più voglia di andare in secondo grado o in Cassazione. Non vorrei che qualcuno definisse questa mia decisione “realista”. Il realismo è una virtù seria che occorre praticare con un forte rigore morale. Questo è soltanto una forma di opportunismo o, peggio, di scetticismo disincantato e amorale. Accetto il mio destino e scriverò la lettera di scuse che sarà l’ultima puntata. Poi giro pagina.

Perciò ho battezzato questo capitolo “Eppur si muove” riferendomi alla frase, pronunciata da Galileo Galilei al tribunale dell'Inquisizione al termine dell'abiura dell'eliocentrismo. A "muoversi", naturalmente, è la Terra, secondo quella teoria copernicana che Galilei aveva cercato di verificare sperimentalmente e che aveva difeso nel Dialogo sopra i Massimi Sistemi. Con questo titolo ho cercato di difendere la mia dignità come quella dello scienziato italiano costretto all'atto di abiura. Anche ricorrendo alla minaccia della tortura, il potere non può modificare la coscienza di uno scienziato (e tanto meno le leggi fisiche). La frase viene ancora usata, nel lessico giornalistico e colloquiale, per esprimere un dubbio che resiste a tutte le intimidazioni fornite dall'interlocutore.

L'uomo è obbligato lui stesso a dare uno scopo ai suoi comportamenti; obbligo vitale, equivalente a quella di determinarsi in quanto uomo. Gli Antichi conoscevano bene questa determinazione negativa dell'uomo e la libertà autentica che essa fonda. Ce ne parlano nei loro miti. Tale determinazione negativa è da loro chiamata fatum, il destino, che non “costringe” l'uomo, ma lo obbliga a delle scelte, come Ercole all'incrocio delle vie. L'uomo può sempre optare contro il suo destino eroico, per un destino più “umile”, per un ripiego sulla “natura”. Ma ciò che è proprio dell'eroe, è di scegliere – come Ercole, Achille od Ulisse – di gettarsi nella propria vicenda personale, nell'avventura esaltante e tuttavia fatale.

Ringrazio tutti quelli che mi hanno sostenuto anche moralmente in questi anni. Concludo riportando il brano finale del romanzo “Lo Straniero” di Albert Camus, che è la storia di un delitto, di un processo e di una esecuzione. Il protagonista resta distaccato anche quando il suo avvocato non lo difende bene e viene condannato a morte.

“… Ero esausto e mi sono gettato sulla branda. Devo aver dormito perché mi sono svegliato con delle stelle sul viso. Rumori di campagna giungevano fino a me. Odori di notte, di terra e di sale rinfrescavano le mie tempie. La pace meravigliosa di quell’estate assopita entrava in me come una marea. In quel momento e al limite della notte, si è udito un sibilo di sirene. Annunciavano partenze per un mondo che mi era ormai indifferente per sempre. (…) E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”.